Su Flash Magazine di Luglio 2010
- "SILOS, ANMIL ed INAIL chiudono il primo anno di sperimentazione nelle scuole";
- "Suicidi in aumento e tagli sostanziali al Dap"
di Giorgia Gazzetti.
Buona lettura!
martedì 6 luglio 2010
mercoledì 23 giugno 2010
La squadra dei rifugiati scende in campo
Nella Giornata mondiale promossa dall'Unhcr, una partita di calcio tra gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata e i ragazzi di alcune scuole. Per sensibilizzare l'opinione pubblica di Giorgia Gazzetti
Un calcio alle violenze e il tifo per l’accoglienza. In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra oggi (18 giugno 2010), promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), la Fondazione Mondo Digitale promuove una partita di calcio tra una squadra di rifugiati e i ragazzi di alcune scuole romane. Scenderanno in campo questa sera, alle ore 19, presso il Centro sportivo Santa Maria (via Matteo Boiardo, 28), gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata – provenienti da Somalia, Afghanistan, Eritrea, Sudan e Costa D’Avorio –, e gli studenti di diverse scuole romane già sensibili al tema: ITIS E. Fermi, Liceo scientifico I. Newton, Liceo scientifico G. Peano e ITIS H. Hertz. Un appuntamento che si ripete da quasi dieci anni, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione, spesso sconosciuta, delle vittime di abusi, persecuzioni e violenze estreme.
«L’idea di organizzare una partita di calcio solidale – spiega il direttore scientifico della Fondazione Alfonso Molina – nasce per favorire il percorso di inserimento dei rifugiati non soltanto attraverso l’insegnamento delle nuove tecnologie, come facciamo di consueto nei due Centri, ma anche attraverso lo sport per creare una relazione tra studenti e rifugiati». Un modo per mettere in campo «le differenze culturali, le situazioni traumatiche vissute dai rifugiati ma anche per costruire un ponte di solidarietà e di dialogo tra giovani che, pur coetanei, hanno vissuto vite completamente diverse e lontane. La tortura – prosegue – è una pratica profondamente disumana e per superare questa piaga, che provoca circa 42 milioni di sfollati, bisogna fare squadra».
Lo sa bene Molina, ex rifugiato che, all’età di 23 anni, negli anni Settanta, è stato costretto a lasciare il Cile, la sua terra d’origine, e a scappare, in un primo momento in Argentina, e poi in Gran Bretagna. Qui «ho intrapreso la carriera universitaria e ho avuto la possibilità di “recuperare” il controllo della mia vita. Purtroppo – conclude Molina – l’Italia non ha una struttura di accoglienza ad alto livello come la Gran Bretagna, dove il sistema di sicurezza sociale garantiva, già allora, una sicurezza minima a livello economico e lavorativa anche ai rifugiati, fornendo un possibilità d’istruzione e un alloggio all’interno di famiglie volontarie».
“Io ci sono”. È questo il motto dell’iniziativa, a cui prenderà parte anche Omar, sudanese, 41 anni. Vive al centro Enea da un anno e da quando è in Italia ha preso la licenza di terza media e ha iniziato a frequentare numerosi corsi per imparare la lingua. Non ha voglia di raccontarci la sua storia, di rivivere ancora una volta il suo atroce passato in cui ha perso la famiglia. Ma parla del futuro e dei suoi progetti. «Sono felice di giocare di nuovo a pallone, proprio come facevo, a livello professionale, nel mio Paese, prima di fuggire». Tra i sogni nel cassetto «scrivere un libro sulla mia vita, diventare tecnico di laboratorio, acquisire la cultura di questo Paese in cui mi auguro di riuscire a vivere in modo dignitoso. Vorrei andare avanti ma è difficile».
Come ha spiegato Andrea Magrì, 19 anni, che giocherà insieme ad altri suoi compagni della V A dell’ITIS Fermi, «credo che attraverso il calcio si possano trasmettere i valori della solidarietà, della fratellanza, della lealtà, indispensabili a tutte le persone che, dopo un esilio forzato, sono senza casa, famiglia e certezze». Dello stesso parere la responsabile del Centro Enea per l’ente gestore Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e San Grifone, Rosa Perrotta, che aggiunge: «Giocare, per i rifugiati, significa essere considerati normali. Può sembrare una affermazione banale ma non lo è dal momento che a questi giovani è stata negata l’età dei giochi, della spensieratezza, della gioia incondizionata. Ma significa anche uscire fuori dall’isolamento, dal proprio drammatico vissuto. Giocare con coetanei italiani significa concretizzare il processo di integrazione».
A dare il messaggio di benvenuto ai giocatori e al pubblico, durante la partita di stasera, sarà il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Mentre da bordo campo commenteranno la partita Federico Ghilardi, Maya Amenduni e Simone Conte, voci della trasmissione di Gianni Elsner “Te lo faccio vedere chi sono io”, in onda su Radio Sei, media partner dell’evento. Interverranno anche Gianluca Di Girolami, presidente del Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio interamente composta da giocatori vittime di migrazione forzata, e alcuni rappresentanti di Shoot For Change, una piattaforma che unisce iniziative di fotografi, artisti e designer con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita di ognuno.
18 giugno 2010
Un calcio alle violenze e il tifo per l’accoglienza. In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra oggi (18 giugno 2010), promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), la Fondazione Mondo Digitale promuove una partita di calcio tra una squadra di rifugiati e i ragazzi di alcune scuole romane. Scenderanno in campo questa sera, alle ore 19, presso il Centro sportivo Santa Maria (via Matteo Boiardo, 28), gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata – provenienti da Somalia, Afghanistan, Eritrea, Sudan e Costa D’Avorio –, e gli studenti di diverse scuole romane già sensibili al tema: ITIS E. Fermi, Liceo scientifico I. Newton, Liceo scientifico G. Peano e ITIS H. Hertz. Un appuntamento che si ripete da quasi dieci anni, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione, spesso sconosciuta, delle vittime di abusi, persecuzioni e violenze estreme.
«L’idea di organizzare una partita di calcio solidale – spiega il direttore scientifico della Fondazione Alfonso Molina – nasce per favorire il percorso di inserimento dei rifugiati non soltanto attraverso l’insegnamento delle nuove tecnologie, come facciamo di consueto nei due Centri, ma anche attraverso lo sport per creare una relazione tra studenti e rifugiati». Un modo per mettere in campo «le differenze culturali, le situazioni traumatiche vissute dai rifugiati ma anche per costruire un ponte di solidarietà e di dialogo tra giovani che, pur coetanei, hanno vissuto vite completamente diverse e lontane. La tortura – prosegue – è una pratica profondamente disumana e per superare questa piaga, che provoca circa 42 milioni di sfollati, bisogna fare squadra».
Lo sa bene Molina, ex rifugiato che, all’età di 23 anni, negli anni Settanta, è stato costretto a lasciare il Cile, la sua terra d’origine, e a scappare, in un primo momento in Argentina, e poi in Gran Bretagna. Qui «ho intrapreso la carriera universitaria e ho avuto la possibilità di “recuperare” il controllo della mia vita. Purtroppo – conclude Molina – l’Italia non ha una struttura di accoglienza ad alto livello come la Gran Bretagna, dove il sistema di sicurezza sociale garantiva, già allora, una sicurezza minima a livello economico e lavorativa anche ai rifugiati, fornendo un possibilità d’istruzione e un alloggio all’interno di famiglie volontarie».
“Io ci sono”. È questo il motto dell’iniziativa, a cui prenderà parte anche Omar, sudanese, 41 anni. Vive al centro Enea da un anno e da quando è in Italia ha preso la licenza di terza media e ha iniziato a frequentare numerosi corsi per imparare la lingua. Non ha voglia di raccontarci la sua storia, di rivivere ancora una volta il suo atroce passato in cui ha perso la famiglia. Ma parla del futuro e dei suoi progetti. «Sono felice di giocare di nuovo a pallone, proprio come facevo, a livello professionale, nel mio Paese, prima di fuggire». Tra i sogni nel cassetto «scrivere un libro sulla mia vita, diventare tecnico di laboratorio, acquisire la cultura di questo Paese in cui mi auguro di riuscire a vivere in modo dignitoso. Vorrei andare avanti ma è difficile».
Come ha spiegato Andrea Magrì, 19 anni, che giocherà insieme ad altri suoi compagni della V A dell’ITIS Fermi, «credo che attraverso il calcio si possano trasmettere i valori della solidarietà, della fratellanza, della lealtà, indispensabili a tutte le persone che, dopo un esilio forzato, sono senza casa, famiglia e certezze». Dello stesso parere la responsabile del Centro Enea per l’ente gestore Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e San Grifone, Rosa Perrotta, che aggiunge: «Giocare, per i rifugiati, significa essere considerati normali. Può sembrare una affermazione banale ma non lo è dal momento che a questi giovani è stata negata l’età dei giochi, della spensieratezza, della gioia incondizionata. Ma significa anche uscire fuori dall’isolamento, dal proprio drammatico vissuto. Giocare con coetanei italiani significa concretizzare il processo di integrazione».
A dare il messaggio di benvenuto ai giocatori e al pubblico, durante la partita di stasera, sarà il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Mentre da bordo campo commenteranno la partita Federico Ghilardi, Maya Amenduni e Simone Conte, voci della trasmissione di Gianni Elsner “Te lo faccio vedere chi sono io”, in onda su Radio Sei, media partner dell’evento. Interverranno anche Gianluca Di Girolami, presidente del Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio interamente composta da giocatori vittime di migrazione forzata, e alcuni rappresentanti di Shoot For Change, una piattaforma che unisce iniziative di fotografi, artisti e designer con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita di ognuno.
18 giugno 2010
venerdì 18 giugno 2010
Cresimandi tra i colori anche sotto la pioggia
su Roma Sette del 23 maggio 2010
Buona Lettura,
Giorgia
Buona Lettura,
Giorgia
La squadra dei rifugiati scende in campo
da RomaSette.it
Nella Giornata mondiale promossa dall'Unhcr, una partita di calcio tra gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata e i ragazzi di alcune scuole. Per sensibilizzare l'opinione pubblica di Giorgia Gazzetti
Un calcio alle violenze e il tifo per l’accoglienza. In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra oggi (18 giugno 2010), promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), la Fondazione Mondo Digitale promuove una partita di calcio tra una squadra di rifugiati e i ragazzi di alcune scuole romane. Scenderanno in campo questa sera, alle ore 19, presso il Centro sportivo Santa Maria (via Matteo Boiardo, 28), gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata – provenienti da Somalia, Afghanistan, Eritrea, Sudan e Costa D’Avorio –, e gli studenti di diverse scuole romane già sensibili al tema: ITIS E. Fermi, Liceo scientifico I. Newton, Liceo scientifico G. Peano e ITIS H. Hertz. Un appuntamento che si ripete da quasi dieci anni, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione, spesso sconosciuta, delle vittime di abusi, persecuzioni e violenze estreme.
«L’idea di organizzare una partita di calcio solidale – spiega il direttore scientifico della Fondazione Alfonso Molina – nasce per favorire il percorso di inserimento dei rifugiati non soltanto attraverso l’insegnamento delle nuove tecnologie, come facciamo di consueto nei due Centri, ma anche attraverso lo sport per creare una relazione tra studenti e rifugiati». Un modo per mettere in campo «le differenze culturali, le situazioni traumatiche vissute dai rifugiati ma anche per costruire un ponte di solidarietà e di dialogo tra giovani che, pur coetanei, hanno vissuto vite completamente diverse e lontane. La tortura – prosegue – è una pratica profondamente disumana e per superare questa piaga, che provoca circa 42 milioni di sfollati, bisogna fare squadra».
Lo sa bene Molina, ex rifugiato che, all’età di 23 anni, negli anni Settanta, è stato costretto a lasciare il Cile, la sua terra d’origine, e a scappare, in un primo momento in Argentina, e poi in Gran Bretagna. Qui «ho intrapreso la carriera universitaria e ho avuto la possibilità di “recuperare” il controllo della mia vita. Purtroppo – conclude Molina – l’Italia non ha una struttura di accoglienza ad alto livello come la Gran Bretagna, dove il sistema di sicurezza sociale garantiva, già allora, una sicurezza minima a livello economico e lavorativa anche ai rifugiati, fornendo un possibilità d’istruzione e un alloggio all’interno di famiglie volontarie».
“Io ci sono”. È questo il motto dell’iniziativa, a cui prenderà parte anche Omar, sudanese, 41 anni. Vive al centro Enea da un anno e da quando è in Italia ha preso la licenza di terza media e ha iniziato a frequentare numerosi corsi per imparare la lingua. Non ha voglia di raccontarci la sua storia, di rivivere ancora una volta il suo atroce passato in cui ha perso la famiglia. Ma parla del futuro e dei suoi progetti. «Sono felice di giocare di nuovo a pallone, proprio come facevo, a livello professionale, nel mio Paese, prima di fuggire». Tra i sogni nel cassetto «scrivere un libro sulla mia vita, diventare tecnico di laboratorio, acquisire la cultura di questo Paese in cui mi auguro di riuscire a vivere in modo dignitoso. Vorrei andare avanti ma è difficile».
Come ha spiegato Andrea Magrì, 19 anni, che giocherà insieme ad altri suoi compagni della V A dell’ITIS Fermi, «credo che attraverso il calcio si possano trasmettere i valori della solidarietà, della fratellanza, della lealtà, indispensabili a tutte le persone che, dopo un esilio forzato, sono senza casa, famiglia e certezze». Dello stesso parere la responsabile del Centro Enea per l’ente gestore Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e San Grifone, Rosa Perrotta, che aggiunge: «Giocare, per i rifugiati, significa essere considerati normali. Può sembrare una affermazione banale ma non lo è dal momento che a questi giovani è stata negata l’età dei giochi, della spensieratezza, della gioia incondizionata. Ma significa anche uscire fuori dall’isolamento, dal proprio drammatico vissuto. Giocare con coetanei italiani significa concretizzare il processo di integrazione».
A dare il messaggio di benvenuto ai giocatori e al pubblico, durante la partita di stasera, sarà il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Mentre da bordo campo commenteranno la partita Federico Ghilardi, Maya Amenduni e Simone Conte, voci della trasmissione di Gianni Elsner “Te lo faccio vedere chi sono io”, in onda su Radio Sei, media partner dell’evento. Interverranno anche Gianluca Di Girolami, presidente del Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio interamente composta da giocatori vittime di migrazione forzata, e alcuni rappresentanti di Shoot For Change, una piattaforma che unisce iniziative di fotografi, artisti e designer con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita di ognuno.
18 giugno 2010
Nella Giornata mondiale promossa dall'Unhcr, una partita di calcio tra gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata e i ragazzi di alcune scuole. Per sensibilizzare l'opinione pubblica di Giorgia Gazzetti
Un calcio alle violenze e il tifo per l’accoglienza. In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che si celebra oggi (18 giugno 2010), promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), la Fondazione Mondo Digitale promuove una partita di calcio tra una squadra di rifugiati e i ragazzi di alcune scuole romane. Scenderanno in campo questa sera, alle ore 19, presso il Centro sportivo Santa Maria (via Matteo Boiardo, 28), gli ospiti delle strutture di accoglienza Centro Enea e Pietralata – provenienti da Somalia, Afghanistan, Eritrea, Sudan e Costa D’Avorio –, e gli studenti di diverse scuole romane già sensibili al tema: ITIS E. Fermi, Liceo scientifico I. Newton, Liceo scientifico G. Peano e ITIS H. Hertz. Un appuntamento che si ripete da quasi dieci anni, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione, spesso sconosciuta, delle vittime di abusi, persecuzioni e violenze estreme.
«L’idea di organizzare una partita di calcio solidale – spiega il direttore scientifico della Fondazione Alfonso Molina – nasce per favorire il percorso di inserimento dei rifugiati non soltanto attraverso l’insegnamento delle nuove tecnologie, come facciamo di consueto nei due Centri, ma anche attraverso lo sport per creare una relazione tra studenti e rifugiati». Un modo per mettere in campo «le differenze culturali, le situazioni traumatiche vissute dai rifugiati ma anche per costruire un ponte di solidarietà e di dialogo tra giovani che, pur coetanei, hanno vissuto vite completamente diverse e lontane. La tortura – prosegue – è una pratica profondamente disumana e per superare questa piaga, che provoca circa 42 milioni di sfollati, bisogna fare squadra».
Lo sa bene Molina, ex rifugiato che, all’età di 23 anni, negli anni Settanta, è stato costretto a lasciare il Cile, la sua terra d’origine, e a scappare, in un primo momento in Argentina, e poi in Gran Bretagna. Qui «ho intrapreso la carriera universitaria e ho avuto la possibilità di “recuperare” il controllo della mia vita. Purtroppo – conclude Molina – l’Italia non ha una struttura di accoglienza ad alto livello come la Gran Bretagna, dove il sistema di sicurezza sociale garantiva, già allora, una sicurezza minima a livello economico e lavorativa anche ai rifugiati, fornendo un possibilità d’istruzione e un alloggio all’interno di famiglie volontarie».
“Io ci sono”. È questo il motto dell’iniziativa, a cui prenderà parte anche Omar, sudanese, 41 anni. Vive al centro Enea da un anno e da quando è in Italia ha preso la licenza di terza media e ha iniziato a frequentare numerosi corsi per imparare la lingua. Non ha voglia di raccontarci la sua storia, di rivivere ancora una volta il suo atroce passato in cui ha perso la famiglia. Ma parla del futuro e dei suoi progetti. «Sono felice di giocare di nuovo a pallone, proprio come facevo, a livello professionale, nel mio Paese, prima di fuggire». Tra i sogni nel cassetto «scrivere un libro sulla mia vita, diventare tecnico di laboratorio, acquisire la cultura di questo Paese in cui mi auguro di riuscire a vivere in modo dignitoso. Vorrei andare avanti ma è difficile».
Come ha spiegato Andrea Magrì, 19 anni, che giocherà insieme ad altri suoi compagni della V A dell’ITIS Fermi, «credo che attraverso il calcio si possano trasmettere i valori della solidarietà, della fratellanza, della lealtà, indispensabili a tutte le persone che, dopo un esilio forzato, sono senza casa, famiglia e certezze». Dello stesso parere la responsabile del Centro Enea per l’ente gestore Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e San Grifone, Rosa Perrotta, che aggiunge: «Giocare, per i rifugiati, significa essere considerati normali. Può sembrare una affermazione banale ma non lo è dal momento che a questi giovani è stata negata l’età dei giochi, della spensieratezza, della gioia incondizionata. Ma significa anche uscire fuori dall’isolamento, dal proprio drammatico vissuto. Giocare con coetanei italiani significa concretizzare il processo di integrazione».
A dare il messaggio di benvenuto ai giocatori e al pubblico, durante la partita di stasera, sarà il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Mentre da bordo campo commenteranno la partita Federico Ghilardi, Maya Amenduni e Simone Conte, voci della trasmissione di Gianni Elsner “Te lo faccio vedere chi sono io”, in onda su Radio Sei, media partner dell’evento. Interverranno anche Gianluca Di Girolami, presidente del Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio interamente composta da giocatori vittime di migrazione forzata, e alcuni rappresentanti di Shoot For Change, una piattaforma che unisce iniziative di fotografi, artisti e designer con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita di ognuno.
18 giugno 2010
lunedì 24 maggio 2010
Torneo Giovanni Paolo II, in campo le parrocchie
da Roma Sette.it
Presentata la prima edizione della Coppa Acli intitolata a Papa Wojtyla, che sarà assegnata insieme alla Coppa Fair play dopo un confronto in 4 gironi di calcio a 5 a cui partecipano 28 squadre di Giorgia Gazzetti
“Nulla è impossibile”, “Non abbiate paura”, “Gli ultimi saranno i primi”, “Tutto è Grazia”, “Sarete miei testimoni”. Sono solo alcune delle frasi che saranno stampate sulle maglie delle 28 squadre partecipanti al I torneo interparrocchiale di calcio a 5 dedicato a Giovanni Paolo II. Divise in 4 gironi, Nord, Sud-Centro, Ovest ed Est, le squadre con il calendario delle partite (http://www.usacliroma.it/) sono state presentate sabato 22 maggio in una conferenza stampa, presso la Sala Rossa del Vicariato di Roma. Promosso e organizzato dall’Unione sportiva Acli e dalle Acli di Roma, in collaborazione con l’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport del Vicariato di Roma, con il patrocinio del Comune, il torneo Giovanni Paolo II si caratterizza per la sua diversità rispetto alle altre competizioni sportive. Innanzitutto due i premi in palio: la Coppa Acli Giovanni Paolo II e la Coppa Fair Play.
Come spiega Gianluigi De Palo, presidente Acli di Roma «quest’anno nei campi di calcio, a livello nazionale, abbiamo assistito troppo spesso a delle vere esagerazioni dialettiche, ad esempi di violenza inaccettabile». Il torneo, dunque, è nato per «andare oltre l’aspetto parziale del calcio, per unire le persone e promuovere anche l’aspetto morale e valoriale di questo sport. Vogliamo diventare, insomma, un modello di correttezza e di sano agonismo per dimostrare che si può giocare divertendosi. Anche per questa ragione, insieme al sindaco Alemanno (assente alla conferenza per un grave lutto famigliare) abbiamo pensato che la finale dovrà essere giocata in un luogo simbolo di Roma».
Mirata anche la scelta dell’età dei partecipanti, tra i 18 e i 45 anni. Si tratta, rileva Luca Serangeli, presidente dell’Unione sportiva delle Acli di Roma, di una scelta fatta proprio per «coinvolgere quella generazione di giovani e di adulti che rappresenta il popolo delle Giornate mondiali della gioventù, che quest’anno hanno celebrato i 25 anni di vita da quando sono state istituite da Giovanni Paolo II». Un’occasione, quindi, per unire il mondo dei ragazzi e degli adulti, che al posto degli sponsor indosseranno sul petto una frase del Vangelo o di un Santo. «Ed è con lo stesso spirito - prosegue De Palo - che abbiamo pensato di assegnare due coppe dello stesso valore e di pari dignità, una per la squadra vincente ed una per quella che si è contraddistinta per la sua sportività, per il suo atteggiamento costruttivo, per aver portato sul campo, come nella vita, lealtà, sincerità e correttezza». I
ncontro, formazione ed educazione. Sono le tre parole chiave di questa iniziativa, definita anche la “Champions Acli della sportività”. «Questo torneo - racconta monsignor Piergaetano Lugano, direttore Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport del Vicariato di Roma - vuole essere un modo nuovo di fare calcio». L’obiettivo è proprio quello di «trasmettere i valori autentici dello sport alla luce del Vangelo ed è significativo, in questa ottica, che ogni squadra abbia scelto una frase del Vangelo da indossare sulle proprie divise». Si tratta di un «invito a ricordarsi di essere cristiani e di agire sempre come tali. Mi auguro - conclude monsignor Lugano - che sia l’inizio di un grande coinvolgimento tra le parrocchie e che vivano questa esperienza come occasione per fare comunità, per conoscersi e favorire l’integrazione tra realtà e territori spesso lontani e diversi tra loro».
Ma cosa ne pensano i veri protagonisti del torneo? «Abbiamo accolto questa iniziativa con immenso piacere - raccontano Tommaso, capitano della squadra “Tutto posso in Lui” della parrocchia San Gelasio, e Antonio, capitano di “Ti darò autorità su molto” della parrocchia San Giuseppe da Copertino - perché partecipiamo ad un torneo sportivo che mira a far vivere anche in campo lo spirito di amicizia e di fratellanza che respiriamo nei nostri oratori».
Presentata la prima edizione della Coppa Acli intitolata a Papa Wojtyla, che sarà assegnata insieme alla Coppa Fair play dopo un confronto in 4 gironi di calcio a 5 a cui partecipano 28 squadre di Giorgia Gazzetti
“Nulla è impossibile”, “Non abbiate paura”, “Gli ultimi saranno i primi”, “Tutto è Grazia”, “Sarete miei testimoni”. Sono solo alcune delle frasi che saranno stampate sulle maglie delle 28 squadre partecipanti al I torneo interparrocchiale di calcio a 5 dedicato a Giovanni Paolo II. Divise in 4 gironi, Nord, Sud-Centro, Ovest ed Est, le squadre con il calendario delle partite (http://www.usacliroma.it/) sono state presentate sabato 22 maggio in una conferenza stampa, presso la Sala Rossa del Vicariato di Roma. Promosso e organizzato dall’Unione sportiva Acli e dalle Acli di Roma, in collaborazione con l’Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport del Vicariato di Roma, con il patrocinio del Comune, il torneo Giovanni Paolo II si caratterizza per la sua diversità rispetto alle altre competizioni sportive. Innanzitutto due i premi in palio: la Coppa Acli Giovanni Paolo II e la Coppa Fair Play.
Come spiega Gianluigi De Palo, presidente Acli di Roma «quest’anno nei campi di calcio, a livello nazionale, abbiamo assistito troppo spesso a delle vere esagerazioni dialettiche, ad esempi di violenza inaccettabile». Il torneo, dunque, è nato per «andare oltre l’aspetto parziale del calcio, per unire le persone e promuovere anche l’aspetto morale e valoriale di questo sport. Vogliamo diventare, insomma, un modello di correttezza e di sano agonismo per dimostrare che si può giocare divertendosi. Anche per questa ragione, insieme al sindaco Alemanno (assente alla conferenza per un grave lutto famigliare) abbiamo pensato che la finale dovrà essere giocata in un luogo simbolo di Roma».
Mirata anche la scelta dell’età dei partecipanti, tra i 18 e i 45 anni. Si tratta, rileva Luca Serangeli, presidente dell’Unione sportiva delle Acli di Roma, di una scelta fatta proprio per «coinvolgere quella generazione di giovani e di adulti che rappresenta il popolo delle Giornate mondiali della gioventù, che quest’anno hanno celebrato i 25 anni di vita da quando sono state istituite da Giovanni Paolo II». Un’occasione, quindi, per unire il mondo dei ragazzi e degli adulti, che al posto degli sponsor indosseranno sul petto una frase del Vangelo o di un Santo. «Ed è con lo stesso spirito - prosegue De Palo - che abbiamo pensato di assegnare due coppe dello stesso valore e di pari dignità, una per la squadra vincente ed una per quella che si è contraddistinta per la sua sportività, per il suo atteggiamento costruttivo, per aver portato sul campo, come nella vita, lealtà, sincerità e correttezza». I
ncontro, formazione ed educazione. Sono le tre parole chiave di questa iniziativa, definita anche la “Champions Acli della sportività”. «Questo torneo - racconta monsignor Piergaetano Lugano, direttore Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport del Vicariato di Roma - vuole essere un modo nuovo di fare calcio». L’obiettivo è proprio quello di «trasmettere i valori autentici dello sport alla luce del Vangelo ed è significativo, in questa ottica, che ogni squadra abbia scelto una frase del Vangelo da indossare sulle proprie divise». Si tratta di un «invito a ricordarsi di essere cristiani e di agire sempre come tali. Mi auguro - conclude monsignor Lugano - che sia l’inizio di un grande coinvolgimento tra le parrocchie e che vivano questa esperienza come occasione per fare comunità, per conoscersi e favorire l’integrazione tra realtà e territori spesso lontani e diversi tra loro».
Ma cosa ne pensano i veri protagonisti del torneo? «Abbiamo accolto questa iniziativa con immenso piacere - raccontano Tommaso, capitano della squadra “Tutto posso in Lui” della parrocchia San Gelasio, e Antonio, capitano di “Ti darò autorità su molto” della parrocchia San Giuseppe da Copertino - perché partecipiamo ad un torneo sportivo che mira a far vivere anche in campo lo spirito di amicizia e di fratellanza che respiriamo nei nostri oratori».
lunedì 17 maggio 2010
Cresimandi, «Siete i discepoli del Signore»!
da Roma Sette.it
Mille giovani, 100 animatori e catechisti, 53 le parrocchie coinvolte. Sono questi i numeri della Festa dei cresimandi 2010, che si è tenuta sabato 15 maggio nel porticato del Vicariato di Roma di Giorgia Gazzetti
Quasi 1.000 giovani provenienti da 53 parrocchie capitoline e un centinaio tra animatori e catechisti si sono incontrati a San Giovanni in Laterano, sabato 15 maggio alle ore 15.30, per l’ormai consueta e attesa Festa dei cresimandi, nonostante la pioggia incessante. Una giornata di canti, preghiera, musica e giochi: Protagonisti: i ragazzi che nei prossimi mesi riceveranno il sacramento della confermazione, o che lo hanno ricevuto in questo anno pastorale. Giallo, verde, blu, rosa, rosso, fucsia, celeste, arancione i colori delle 25 squadre che si sono sfidate nei vari tornei e gare, sotto la guida di don Daniele Salera, assistente al Seminario Maggiore. Minimo comune denominatore della giornata: la sana competizione e il tema della festa “Radici che portano frutto come alberi lungo corsi d’acqua” .
«Come la forza di un albero sta nelle radici che prendono continuamente vita dall’acqua, allo stesso modo la vita di un cristiano prende continuamente vita dalla parola del Signore». A spiegarlo monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico del Vicariato, che aggiunge «il sacramento della cresima ci insegna a trasformare i problemi in occasioni. Oggi (15 maggio 2010), ad esempio, grazie alla pioggia abbiamo avuto la possibilità di ammirare la bellezza dei quadriportici antichi del Vicariato dove ci siamo trasferiti per svolgere le attività esterne. È bello vedere come il Vicariato sia la casa di tutti visto che dovrebbe essere sempre il luogo di riferimento per i fedeli».
L’atmosfera di gioia e di spensieratezza ha contagiato anche gli animatori e i catechisti che hanno accompagnato i ragazzi. «Sono felice di partecipare per la terza volta consecutiva a questo evento - racconta Paolo, seminarista, che è insieme a 11 ragazzi della parrocchia Beata Teresa di Calcutta - perché è un modo per vivere il catechismo in un’ottica di condivisione della preghiera ma anche del gioco». Della stessa idea Tiziana, catechista al Santissimo Redentore, che partecipa alla festa per la prima volta: «Si tratta di un momento altamente educativo in cui ragazzi provenienti da diverse parrocchie romane e realtà territoriali si incontrano, giocano, dialogano, scoprendo il valore della conoscenza, dell’apertura e dell’amicizia».
Suor Pia, invece, catechista presso la parrocchia dell’Immacolata e San Giovanni Berchmans è riuscita a coinvolgere i suoi 28 ragazzi, durante le ore di catechismo, spiegando i doni dello Spirito Santo con un linguaggio moderno e vicino agli adolescenti, utilizzando cioè le canzoni, i film che si ispirano al senso stesso dei doni. «È la seconda volta che partecipiamo a questa festa. È un’esperienza bellissima in cui i ragazzi si incontrano con i coetanei e con l’amico Gesù». Ma come fa notare don Massimo della parrocchia di San Cleto «bisogna fare più attenzione alle esigenze dei più grandi che faticano ad integrarsi e a coinvolgersi nei giochi, pensati per i più piccoli».
Due, inoltre, i momenti dedicati alla preghiera e alla riflessione. Il primo alle 16.30 insieme al cardinale vicario Agostini Vallini che accolto dal brano “E la strada si apre”si è radunato intorno ai cresimandi per spiegare loro l’importanza della confermazione. «Sono vescovo da 21 anni e ho celebrato il sacramento della confermazione a più di 25mila ragazzi. Ma a volte molti dei vostri coetanei hanno vissuto questo momento come una tappa obbligata, senza fede. In questi casi parlo di “sacramento dell’arrivederci”. Invece la cresima è un momento pensato, voluto in cui si diventa consapevoli dell’amore infinito di Dio». Grazie a questa certezza «è possibile condurre una vita felice insieme agli altri, iniziare un cammino responsabile con il cuore e con la testa. Pregherò il Signore – ha concluso - affinché vi faccia il dono di innamorarvi del libro del Vangelo che deve diventare il libro della vostra preghiera, una guida con cui affrontare la vita e gli ostacoli che incontrerete».
Il secondo momento è stato quello della liturgia della Parola celebrata all’interno della basilica da don Dario Gervasi, vicerettore del Seminario Romano Maggiore. «Voi - ha dichiarato don Dario rivolgendosi ai cresimandi - sarete riempiti della forza dello Spirito Santo che scende su di voi e dentro di voi nascerà un fuoco che, se coltivato, riscalderà il cuore della gente. Ma ricordatevi che Dio aspetta il vostro sì per darvi il suo dono».
17 maggio 2010
Mille giovani, 100 animatori e catechisti, 53 le parrocchie coinvolte. Sono questi i numeri della Festa dei cresimandi 2010, che si è tenuta sabato 15 maggio nel porticato del Vicariato di Roma di Giorgia Gazzetti
Quasi 1.000 giovani provenienti da 53 parrocchie capitoline e un centinaio tra animatori e catechisti si sono incontrati a San Giovanni in Laterano, sabato 15 maggio alle ore 15.30, per l’ormai consueta e attesa Festa dei cresimandi, nonostante la pioggia incessante. Una giornata di canti, preghiera, musica e giochi: Protagonisti: i ragazzi che nei prossimi mesi riceveranno il sacramento della confermazione, o che lo hanno ricevuto in questo anno pastorale. Giallo, verde, blu, rosa, rosso, fucsia, celeste, arancione i colori delle 25 squadre che si sono sfidate nei vari tornei e gare, sotto la guida di don Daniele Salera, assistente al Seminario Maggiore. Minimo comune denominatore della giornata: la sana competizione e il tema della festa “Radici che portano frutto come alberi lungo corsi d’acqua” .
«Come la forza di un albero sta nelle radici che prendono continuamente vita dall’acqua, allo stesso modo la vita di un cristiano prende continuamente vita dalla parola del Signore». A spiegarlo monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico del Vicariato, che aggiunge «il sacramento della cresima ci insegna a trasformare i problemi in occasioni. Oggi (15 maggio 2010), ad esempio, grazie alla pioggia abbiamo avuto la possibilità di ammirare la bellezza dei quadriportici antichi del Vicariato dove ci siamo trasferiti per svolgere le attività esterne. È bello vedere come il Vicariato sia la casa di tutti visto che dovrebbe essere sempre il luogo di riferimento per i fedeli».
L’atmosfera di gioia e di spensieratezza ha contagiato anche gli animatori e i catechisti che hanno accompagnato i ragazzi. «Sono felice di partecipare per la terza volta consecutiva a questo evento - racconta Paolo, seminarista, che è insieme a 11 ragazzi della parrocchia Beata Teresa di Calcutta - perché è un modo per vivere il catechismo in un’ottica di condivisione della preghiera ma anche del gioco». Della stessa idea Tiziana, catechista al Santissimo Redentore, che partecipa alla festa per la prima volta: «Si tratta di un momento altamente educativo in cui ragazzi provenienti da diverse parrocchie romane e realtà territoriali si incontrano, giocano, dialogano, scoprendo il valore della conoscenza, dell’apertura e dell’amicizia».
Suor Pia, invece, catechista presso la parrocchia dell’Immacolata e San Giovanni Berchmans è riuscita a coinvolgere i suoi 28 ragazzi, durante le ore di catechismo, spiegando i doni dello Spirito Santo con un linguaggio moderno e vicino agli adolescenti, utilizzando cioè le canzoni, i film che si ispirano al senso stesso dei doni. «È la seconda volta che partecipiamo a questa festa. È un’esperienza bellissima in cui i ragazzi si incontrano con i coetanei e con l’amico Gesù». Ma come fa notare don Massimo della parrocchia di San Cleto «bisogna fare più attenzione alle esigenze dei più grandi che faticano ad integrarsi e a coinvolgersi nei giochi, pensati per i più piccoli».
Due, inoltre, i momenti dedicati alla preghiera e alla riflessione. Il primo alle 16.30 insieme al cardinale vicario Agostini Vallini che accolto dal brano “E la strada si apre”si è radunato intorno ai cresimandi per spiegare loro l’importanza della confermazione. «Sono vescovo da 21 anni e ho celebrato il sacramento della confermazione a più di 25mila ragazzi. Ma a volte molti dei vostri coetanei hanno vissuto questo momento come una tappa obbligata, senza fede. In questi casi parlo di “sacramento dell’arrivederci”. Invece la cresima è un momento pensato, voluto in cui si diventa consapevoli dell’amore infinito di Dio». Grazie a questa certezza «è possibile condurre una vita felice insieme agli altri, iniziare un cammino responsabile con il cuore e con la testa. Pregherò il Signore – ha concluso - affinché vi faccia il dono di innamorarvi del libro del Vangelo che deve diventare il libro della vostra preghiera, una guida con cui affrontare la vita e gli ostacoli che incontrerete».
Il secondo momento è stato quello della liturgia della Parola celebrata all’interno della basilica da don Dario Gervasi, vicerettore del Seminario Romano Maggiore. «Voi - ha dichiarato don Dario rivolgendosi ai cresimandi - sarete riempiti della forza dello Spirito Santo che scende su di voi e dentro di voi nascerà un fuoco che, se coltivato, riscalderà il cuore della gente. Ma ricordatevi che Dio aspetta il vostro sì per darvi il suo dono».
17 maggio 2010
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giovedì 13 maggio 2010
Cresimandi attenti ai semi della Parola
da RomaSette.it
Si terrà il 15 maggio 2010 la IX edizione della Festa dei cresimandi, momento di gioia e di condivisione per i giovani delle parrocchie a San Giovanni in Laterano. Monsignor Lonardo: spiegheremo il valore della Confermazione di Giorgia Gazzetti
Giochi, preghiera e condivisione. È questo il filo rosso della Festa dei cresimandi che, giunta ormai alla sua IX edizione, rappresenta un momento atteso dai giovani delle parrocchie per vivere la fede insieme. Il 15 maggio prossimo, a partire dalle ore 15.30, circa mille ragazzi, infatti, popoleranno la piazza e la basilica di San Giovanni dove «in un’atmosfera di festa e di allegria - racconta monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico del Vicariato - verrà spiegato loro il valore del sacramento della confermazione che riceveranno nei prossimi mesi e il significato del tema della giornata: "Radici che portano frutto. Come alberi lungo corsi d’acqua", tratto dal Salmo 1».
L’obiettivo della giornata, dichiara don Daniele Salera, che ha curato l’organizzazione per conto dell’Ufficio diocesano, è quello di «stimolare nei ragazzi un’attenzione verso la Parola del Signore, rendendola accessibile al loro sguardo e ai loro interessi. Attraverso il materiale inviato alle parrocchie in preparazione alla Festa, abbiamo voluto far capire che i bisogni dei nostri ragazzi possono trovare risposta e ascolto nella lettura della Bibbia».
Proprio come ha suggerito il cardinale vicario Agostino Vallini esortando alla pratica della lectio divina, in seguito all’invito di Papa Benedetto XVI ad «educare le comunità all’ascolto orante della Parola del Signore», in occasione del Convegno diocesano dello scorso maggio. Intenso il programma della giornata. A partire dal primo pomeriggio, i ragazzi, divisi in 30 gruppi, si sfideranno nei giochi tradizionali del tiro alla fune, della pallacanestro e della pallavolo, guidati e animati dai volontari delle parrocchie capitoline.
Due, invece, i momenti dedicati alla riflessione e al raccoglimento spirituale. «Alle 16.30 - spiega don Daniele - il cardinale Vallini saluterà i ragazzi in piazza per ribadire l’importanza di vivere la comunione e la missione. Invece don Dario Gervasi, vicerettore del Seminario Romano Maggiore, accoglierà, con la preghiera, i ragazzi nella cattedrale». Si tratta di un momento significativo «anche perché nella basilica lateranense i ragazzi - aggiunge monsignor Lonardo - incontrano il passato e il presente della storia di Roma.
Infatti è proprio a San Giovanni che si trova il battistero lateranense, il primo luogo pubblico in cui i fedeli sono stati battezzati senza immergersi nel Tevere. La fede - prosegue - ha bisogno di vera riflessione e di vita comune e la Festa dei cresimandi è un momento di gioia e di condivisione in cui i giovani hanno sempre manifestato il loro desiderio di imparare, di conoscere e di vivere nella fede». E conclude, il direttore dell’Ufficio catechistico, sottolineando che «la Cresima non è semplicemente un sacramento in cui il credente conferma la sua fede verso Dio ma è un atto con cui Dio stesso conferma il suo amore per l’uomo».
13 maggio 2010
Si terrà il 15 maggio 2010 la IX edizione della Festa dei cresimandi, momento di gioia e di condivisione per i giovani delle parrocchie a San Giovanni in Laterano. Monsignor Lonardo: spiegheremo il valore della Confermazione di Giorgia Gazzetti
Giochi, preghiera e condivisione. È questo il filo rosso della Festa dei cresimandi che, giunta ormai alla sua IX edizione, rappresenta un momento atteso dai giovani delle parrocchie per vivere la fede insieme. Il 15 maggio prossimo, a partire dalle ore 15.30, circa mille ragazzi, infatti, popoleranno la piazza e la basilica di San Giovanni dove «in un’atmosfera di festa e di allegria - racconta monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico del Vicariato - verrà spiegato loro il valore del sacramento della confermazione che riceveranno nei prossimi mesi e il significato del tema della giornata: "Radici che portano frutto. Come alberi lungo corsi d’acqua", tratto dal Salmo 1».
L’obiettivo della giornata, dichiara don Daniele Salera, che ha curato l’organizzazione per conto dell’Ufficio diocesano, è quello di «stimolare nei ragazzi un’attenzione verso la Parola del Signore, rendendola accessibile al loro sguardo e ai loro interessi. Attraverso il materiale inviato alle parrocchie in preparazione alla Festa, abbiamo voluto far capire che i bisogni dei nostri ragazzi possono trovare risposta e ascolto nella lettura della Bibbia».
Proprio come ha suggerito il cardinale vicario Agostino Vallini esortando alla pratica della lectio divina, in seguito all’invito di Papa Benedetto XVI ad «educare le comunità all’ascolto orante della Parola del Signore», in occasione del Convegno diocesano dello scorso maggio. Intenso il programma della giornata. A partire dal primo pomeriggio, i ragazzi, divisi in 30 gruppi, si sfideranno nei giochi tradizionali del tiro alla fune, della pallacanestro e della pallavolo, guidati e animati dai volontari delle parrocchie capitoline.
Due, invece, i momenti dedicati alla riflessione e al raccoglimento spirituale. «Alle 16.30 - spiega don Daniele - il cardinale Vallini saluterà i ragazzi in piazza per ribadire l’importanza di vivere la comunione e la missione. Invece don Dario Gervasi, vicerettore del Seminario Romano Maggiore, accoglierà, con la preghiera, i ragazzi nella cattedrale». Si tratta di un momento significativo «anche perché nella basilica lateranense i ragazzi - aggiunge monsignor Lonardo - incontrano il passato e il presente della storia di Roma.
Infatti è proprio a San Giovanni che si trova il battistero lateranense, il primo luogo pubblico in cui i fedeli sono stati battezzati senza immergersi nel Tevere. La fede - prosegue - ha bisogno di vera riflessione e di vita comune e la Festa dei cresimandi è un momento di gioia e di condivisione in cui i giovani hanno sempre manifestato il loro desiderio di imparare, di conoscere e di vivere nella fede». E conclude, il direttore dell’Ufficio catechistico, sottolineando che «la Cresima non è semplicemente un sacramento in cui il credente conferma la sua fede verso Dio ma è un atto con cui Dio stesso conferma il suo amore per l’uomo».
13 maggio 2010
sabato 8 maggio 2010
Grottarossa, un grande impegno per i lontani
Clicca sul titolo e leggi il mio articolo pubblicato su Roma Sette del 14 marzo 2010 a p. 3!
Giorgia
Giorgia
L'Aquila, le priorità per la ricostuzione
Clicca sul titolo e leggi il mio articolo pubblicato su Roma Sette del 28 marzo 2010 a p. 3!
Giorgia
Giorgia
E' on line il numero di maggio 2010 di Flash Magazine
Leggete il numero di maggio 2010 di Flash Magazine!
I miei articoli del mese sono:
- L'Aquila un anno dopo: la voce di una terremotata. Intervista a Valentina Nanni;
- Paralimpiadi, un ciociaro alla 10 Edizione.
http://www.flashmagazineonline.it/maggio2010.pdf
Buona lettura!
Giorgia
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- L'Aquila un anno dopo: la voce di una terremotata. Intervista a Valentina Nanni;
- Paralimpiadi, un ciociaro alla 10 Edizione.
http://www.flashmagazineonline.it/maggio2010.pdf
Buona lettura!
Giorgia
martedì 6 aprile 2010
"Terremoto zeronove", gli aquilani si raccontano
da Roma Sette.it
Il libro-diario di tre giovani del capoluogo abruzzese: come sono cambiate le loro vite dopo la scossa che ha devastato la città e causato 308 vittime di Giorgia Gazzetti
Le manifestazioni del ricordo. Sono partite ufficialmente nel tardo pomeriggio di ieri (5 aprile) per commemorare, attraverso canti, musica, immagini e spettacoli, le 308 vittime del terremoto che, un anno fa, ha devastato una città, L’Aquila, e spezzato la vita di un intero popolo. «Alle ore 22 la città si è illuminata - racconta, commosso, l’aquilano Emiliano Dante, “ex” docente di Cinema, fotografia e televisione presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila - grazie alle quattro fiaccolate che partite da quattro punti nevralgici della periferia si sono riunite a Fontana Luminosa per raggiungere uno dei luoghi simbolo della tragedia, Piazza Duomo, dove alle 3.32 sono stati letti i nomi delle vittime, ricordate anche con i rintocchi delle campane».
Una folla umana che si è riversata nelle piazze, nei vicoli, nelle strade proprio come un anno fa quando la città era ridotta a fumo e macerie. «A piazza Palazzo ci sono già molte persone, più della metà in pigiama, molti a piedi nudi, tutti con i capelli bianchi di calcinacci. Tremano di freddo e di paura. Con papà iniziamo a fare battute - siamo malati di ironia. Stridiamo con la tensione generale […] Arrivo a Piazza Duomo con l’idea di attendere l’alba per iniziare a scattare le prime foto. Nel frattempo vedo gente che conosco. Ci si chiede tutti come sta casa, ossessivamente». Emiliano racconta così il “suo” terremoto, in un libro-diario intitolato “Terremoto zeronove. Diari da un sisma”, scritto subito dopo il 6 aprile insieme a Massimiliano Laurenzi, già autore di “Paradiso dei Polli” e di diverse pièce teatrali, e Valentina Nanni, specializzanda in neuropsichiatria infantile.
L’obiettivo è «documentare quello che è successo - spiega Emiliano -. Ho immortalato con la mia macchina fotografica pezzi di vita e di luoghi del post terremoto non solo attraverso le parole ma anche con le oltre 50 immagini pubblicate nel libro». Dedicato a Lucilla Muzi, braccio destro dell’editore Edoardo Caroccia, e a tutte le vittime del sisma, il libro racconta, attraverso gli occhi dei tre protagonisti fatti, emozioni, silenzi, indignazione, paure ed ansie vissute prima, durante e dopo le 3.32 di dodici mesi fa.
«Rispetto ad un anno fa, quando mi sembrava di vivere in una barricata - prosegue Emiliano - sono cambiate molte cose, le condizioni di vita sono diverse. E in primis sono cambiato io. Prima ero una persona molto stanziale, come la maggior parte degli aquilani, ora sono un nomade: vivo tra L’Aquila e Perugia e nel giro di pochi mesi ho percorso ben 25.000 km con la macchina, in giro per l’Italia. L’Aquila, purtroppo, appare ancora come una città bombardata: migliaia di persone vivono sulle coste; passeggiando per la città ci sono ancora le macerie; quasi niente è tornato alla normalità. Io sono tornato a L’Aquila da un mese, vivo nella casetta di legno dopo aver vissuto 6 mesi nelle tendopoli e 4 sulla costa. Sono consapevole che la mia terra non tornerà più come prima. Ma bisogna accettarlo e ripartire da questo tragico episodio, che non si può cancellare, per far maturare la città, che ha problemi di identità e fatica a rivitalizzare l’economia e il tessuto sociale».
Come spiega Massimiliano:«L’Aquila è diventata una città di non luoghi. Abbiamo bisogno che ci vengano restituiti quei luoghi come le piazze, i vicoli, le fontane, in cui ci riconosciamo e amiamo incontrarci. Prima del terremoto, la città ruotava intorno al centro storico, dove si svolgevano le attività, le questioni burocratiche. Ora la città è dislocata lungo tutta la periferia. Sembra un arcipelago di cose forzatamente disorganizzate. Ma la periferia non era attrezzata prima del 6 aprile e non lo è adesso a maggior ragione. È come se un giocatore di serie D dovesse all’improvviso sostituirne uno di serie A. Purtroppo la ricostruzione deve ancora iniziare, non è finita quando sono state consegnate le casette servite, esclusivamente, per fronteggiare l’emergenza».
«Sono cambiata in tanti aspetti e tante di quelle volte dal 6 aprile scorso - racconta Valentina, che oggi vive a Londra, dove sta facendo ricerca in ambito psichiatrico - che descrivere il mio percorso richiederebbe un altro diario. Quello che di certo posso affermare è che oggi la mia capacità di portare avanti le cose in cui credo è più spiccata e la mia tristezza e malinconia sono più profonde, come se avessero messo le radici di un albero secolare».
6 aprile 2010
Il libro-diario di tre giovani del capoluogo abruzzese: come sono cambiate le loro vite dopo la scossa che ha devastato la città e causato 308 vittime di Giorgia Gazzetti
Le manifestazioni del ricordo. Sono partite ufficialmente nel tardo pomeriggio di ieri (5 aprile) per commemorare, attraverso canti, musica, immagini e spettacoli, le 308 vittime del terremoto che, un anno fa, ha devastato una città, L’Aquila, e spezzato la vita di un intero popolo. «Alle ore 22 la città si è illuminata - racconta, commosso, l’aquilano Emiliano Dante, “ex” docente di Cinema, fotografia e televisione presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila - grazie alle quattro fiaccolate che partite da quattro punti nevralgici della periferia si sono riunite a Fontana Luminosa per raggiungere uno dei luoghi simbolo della tragedia, Piazza Duomo, dove alle 3.32 sono stati letti i nomi delle vittime, ricordate anche con i rintocchi delle campane».
Una folla umana che si è riversata nelle piazze, nei vicoli, nelle strade proprio come un anno fa quando la città era ridotta a fumo e macerie. «A piazza Palazzo ci sono già molte persone, più della metà in pigiama, molti a piedi nudi, tutti con i capelli bianchi di calcinacci. Tremano di freddo e di paura. Con papà iniziamo a fare battute - siamo malati di ironia. Stridiamo con la tensione generale […] Arrivo a Piazza Duomo con l’idea di attendere l’alba per iniziare a scattare le prime foto. Nel frattempo vedo gente che conosco. Ci si chiede tutti come sta casa, ossessivamente». Emiliano racconta così il “suo” terremoto, in un libro-diario intitolato “Terremoto zeronove. Diari da un sisma”, scritto subito dopo il 6 aprile insieme a Massimiliano Laurenzi, già autore di “Paradiso dei Polli” e di diverse pièce teatrali, e Valentina Nanni, specializzanda in neuropsichiatria infantile.
L’obiettivo è «documentare quello che è successo - spiega Emiliano -. Ho immortalato con la mia macchina fotografica pezzi di vita e di luoghi del post terremoto non solo attraverso le parole ma anche con le oltre 50 immagini pubblicate nel libro». Dedicato a Lucilla Muzi, braccio destro dell’editore Edoardo Caroccia, e a tutte le vittime del sisma, il libro racconta, attraverso gli occhi dei tre protagonisti fatti, emozioni, silenzi, indignazione, paure ed ansie vissute prima, durante e dopo le 3.32 di dodici mesi fa.
«Rispetto ad un anno fa, quando mi sembrava di vivere in una barricata - prosegue Emiliano - sono cambiate molte cose, le condizioni di vita sono diverse. E in primis sono cambiato io. Prima ero una persona molto stanziale, come la maggior parte degli aquilani, ora sono un nomade: vivo tra L’Aquila e Perugia e nel giro di pochi mesi ho percorso ben 25.000 km con la macchina, in giro per l’Italia. L’Aquila, purtroppo, appare ancora come una città bombardata: migliaia di persone vivono sulle coste; passeggiando per la città ci sono ancora le macerie; quasi niente è tornato alla normalità. Io sono tornato a L’Aquila da un mese, vivo nella casetta di legno dopo aver vissuto 6 mesi nelle tendopoli e 4 sulla costa. Sono consapevole che la mia terra non tornerà più come prima. Ma bisogna accettarlo e ripartire da questo tragico episodio, che non si può cancellare, per far maturare la città, che ha problemi di identità e fatica a rivitalizzare l’economia e il tessuto sociale».
Come spiega Massimiliano:«L’Aquila è diventata una città di non luoghi. Abbiamo bisogno che ci vengano restituiti quei luoghi come le piazze, i vicoli, le fontane, in cui ci riconosciamo e amiamo incontrarci. Prima del terremoto, la città ruotava intorno al centro storico, dove si svolgevano le attività, le questioni burocratiche. Ora la città è dislocata lungo tutta la periferia. Sembra un arcipelago di cose forzatamente disorganizzate. Ma la periferia non era attrezzata prima del 6 aprile e non lo è adesso a maggior ragione. È come se un giocatore di serie D dovesse all’improvviso sostituirne uno di serie A. Purtroppo la ricostruzione deve ancora iniziare, non è finita quando sono state consegnate le casette servite, esclusivamente, per fronteggiare l’emergenza».
«Sono cambiata in tanti aspetti e tante di quelle volte dal 6 aprile scorso - racconta Valentina, che oggi vive a Londra, dove sta facendo ricerca in ambito psichiatrico - che descrivere il mio percorso richiederebbe un altro diario. Quello che di certo posso affermare è che oggi la mia capacità di portare avanti le cose in cui credo è più spiccata e la mia tristezza e malinconia sono più profonde, come se avessero messo le radici di un albero secolare».
6 aprile 2010
sabato 3 aprile 2010
E' on line il numero di aprile 2010 di Flash Magazine
Leggete il numero di aprile 2010 di Flash Magazine!
Il mio articolo del mese è:
- Storie di morti bianche e di infortuni nella Mostra Fotografica ANMIL "NO! contro il dramma degli incidenti sul lavoro"
Buona lettura!
Giorgia
Il mio articolo del mese è:
- Storie di morti bianche e di infortuni nella Mostra Fotografica ANMIL "NO! contro il dramma degli incidenti sul lavoro"
Buona lettura!
Giorgia
E' on line il numero di marzo 2010 di Flash Magazine
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I miei articoli del mese sono:
- A tu per tu con il Presidente dell'Amministrazione Provinciale On.le Antonello Iannarilli
L'intervista. Seconda Parte (p. 25)
- Terremoto zeronove. Diari da un sisma (pp. 26-27).
Buona lettura!
Giorgia
I miei articoli del mese sono:
- A tu per tu con il Presidente dell'Amministrazione Provinciale On.le Antonello Iannarilli
L'intervista. Seconda Parte (p. 25)
- Terremoto zeronove. Diari da un sisma (pp. 26-27).
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Giorgia
martedì 2 marzo 2010
Anmil, un concerto per le donne lavoratrici
Sabato 6 marzo all'Auditorium del Massimo si esibiranno i finalisti del concorso con brani che riguardano il mondo del lavoro, in un'ottica di prevenzione degli infortuni di Giorgia Gazzetti
Donna, lavoro e infortuni. È questo il tema del 1° Concorso musicale Anmil “Note scordate” che, alla vigilia della Festa della donna, il 6 marzo prossimo, alle ore 20.30 presso l’Auditorium del Massimo a Roma (via Massimiliano Massimo, 1), decreterà i vincitori dei 20 brani finalisti, selezionati e giudicati da una valente giuria, composta da Ombretta Colli, vice presidente della Commissione parlamentare per le morti bianche del Senato; la cantautrice Mariella Nava; il direttore d’orchestra Silvia Massarelli; il compositore Piero Pintucci; Tosca e altri.Le 20 canzoni, ispirate tutte al gentil sesso, renderanno omaggio e merito al ruolo delle donne in ambito sociale e familiare, puntando l’attenzione soprattutto sul mondo del lavoro, in un’ottica di prevenzione degli incidenti e sulla condizione della donna all’indomani di un infortunio.
Patrocinato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dal ministero per le Pari opportunità e dal Comune di Roma, con il supporto del ministero dell’Istruzione che ha reso possibile la sua diffusione in tutti i Conservatori italiani, «il Concorso - commenta il presidente nazionale Anmil Franco Bettoni - è un’iniziativa di cui andiamo molto fieri perché ha posto l’attenzione su tematiche complesse e delicate che ci sono a cuore da oltre sessant’anni. Attraverso il potere della musica e delle note è riuscita ad avvicinare e sensibilizzare giovani, opinione pubblica, media e istituzioni su un fenomeno che conta un numero elevato di morti l’anno (circa 100 lavoratrici, ndr) e di donne che restano permanentemente invalide».
«Le donne vittime degli infortuni sul lavoro - spiega Mariella Nava, cantautrice e giurata del Concorso - vivono spesso una doppia tragedia: quella di una mutilazione e di una invalidità permanente e spesso l’abbandono da parte del proprio compagno, incapace di stare al fianco di una persona menomata in un momento tanto duro e traumatico. Grazie all’alta qualità dei testi che ci sono pervenuti, 66 in tutto, abbiamo capito - prosegue Nava - quanto ci sia da raccontare su queste tematiche e quanto sia importante dare voce e spazio a talenti emergenti che, siano uomini donne o band, hanno dimostrato una straordinaria sensibilità e capacità di leggere gli strati più profondi della nostra società. Infatti, nonostante la durezza e la complessità del tema, tutti i finalisti sono stati in grado di affrontare i brani con grande stile e garbo. Il titolo del Concorso, “Note Scordate”, vuole proprio rimarcare il fatto che queste tragedie al femminile diventano troppo spesso annotazioni di cui si ha breve, brevissima memoria».
Ma cosa significa essere donna-lavoratrice oggi? Lo abbiamo chiesto a Silvia Massarelli, docente al Conservatorio del Santa Cecilia a Roma e una dei pochi direttori d’orchestra donna. «Credo che oggi sia ancora molto difficile conciliare vita privata e vita professionale per una donna - riflette la Massarelli -. Ci vuole una buona dose di fortuna perché non è affatto semplice conquistare un posto gratificante nella società e, allo stesso tempo, metter su famiglia. Si tratta di una conquista faticosa che si può ottenere solo se la famiglia è un’équipe, facendo gioco di squadra, dividendosi responsabilità e impegni».Non resta quindi che aspettare il concerto del 6 marzo per conoscere i nomi dei tre finalisti che hanno conquistato la giuria.
Ma fino al 3 marzo è ancora possibile votare la canzone preferita sul sito www.anmil.it, nella sezione dedicata al Concorso per decretare il vincitore del Premio del Pubblico Web che verrà consegnato durante la serata conclusiva.2 marzo 2010
Donna, lavoro e infortuni. È questo il tema del 1° Concorso musicale Anmil “Note scordate” che, alla vigilia della Festa della donna, il 6 marzo prossimo, alle ore 20.30 presso l’Auditorium del Massimo a Roma (via Massimiliano Massimo, 1), decreterà i vincitori dei 20 brani finalisti, selezionati e giudicati da una valente giuria, composta da Ombretta Colli, vice presidente della Commissione parlamentare per le morti bianche del Senato; la cantautrice Mariella Nava; il direttore d’orchestra Silvia Massarelli; il compositore Piero Pintucci; Tosca e altri.Le 20 canzoni, ispirate tutte al gentil sesso, renderanno omaggio e merito al ruolo delle donne in ambito sociale e familiare, puntando l’attenzione soprattutto sul mondo del lavoro, in un’ottica di prevenzione degli incidenti e sulla condizione della donna all’indomani di un infortunio.
Patrocinato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dal ministero per le Pari opportunità e dal Comune di Roma, con il supporto del ministero dell’Istruzione che ha reso possibile la sua diffusione in tutti i Conservatori italiani, «il Concorso - commenta il presidente nazionale Anmil Franco Bettoni - è un’iniziativa di cui andiamo molto fieri perché ha posto l’attenzione su tematiche complesse e delicate che ci sono a cuore da oltre sessant’anni. Attraverso il potere della musica e delle note è riuscita ad avvicinare e sensibilizzare giovani, opinione pubblica, media e istituzioni su un fenomeno che conta un numero elevato di morti l’anno (circa 100 lavoratrici, ndr) e di donne che restano permanentemente invalide».
«Le donne vittime degli infortuni sul lavoro - spiega Mariella Nava, cantautrice e giurata del Concorso - vivono spesso una doppia tragedia: quella di una mutilazione e di una invalidità permanente e spesso l’abbandono da parte del proprio compagno, incapace di stare al fianco di una persona menomata in un momento tanto duro e traumatico. Grazie all’alta qualità dei testi che ci sono pervenuti, 66 in tutto, abbiamo capito - prosegue Nava - quanto ci sia da raccontare su queste tematiche e quanto sia importante dare voce e spazio a talenti emergenti che, siano uomini donne o band, hanno dimostrato una straordinaria sensibilità e capacità di leggere gli strati più profondi della nostra società. Infatti, nonostante la durezza e la complessità del tema, tutti i finalisti sono stati in grado di affrontare i brani con grande stile e garbo. Il titolo del Concorso, “Note Scordate”, vuole proprio rimarcare il fatto che queste tragedie al femminile diventano troppo spesso annotazioni di cui si ha breve, brevissima memoria».
Ma cosa significa essere donna-lavoratrice oggi? Lo abbiamo chiesto a Silvia Massarelli, docente al Conservatorio del Santa Cecilia a Roma e una dei pochi direttori d’orchestra donna. «Credo che oggi sia ancora molto difficile conciliare vita privata e vita professionale per una donna - riflette la Massarelli -. Ci vuole una buona dose di fortuna perché non è affatto semplice conquistare un posto gratificante nella società e, allo stesso tempo, metter su famiglia. Si tratta di una conquista faticosa che si può ottenere solo se la famiglia è un’équipe, facendo gioco di squadra, dividendosi responsabilità e impegni».Non resta quindi che aspettare il concerto del 6 marzo per conoscere i nomi dei tre finalisti che hanno conquistato la giuria.
Ma fino al 3 marzo è ancora possibile votare la canzone preferita sul sito www.anmil.it, nella sezione dedicata al Concorso per decretare il vincitore del Premio del Pubblico Web che verrà consegnato durante la serata conclusiva.2 marzo 2010
sabato 27 febbraio 2010
Riflessioni - 27.02.2010
Mi piace scrivere. Sfogliare le pagine della mia vita. Fotografare attimi.
Sogno e vivo. Vorrei cantare. Mi emoziono. Piango, urlo, blatero.
So ridere, far ridere. Pezzi di me stessa che cadono, si rompono e si ricompongono.
Persone che percorrono i corridoi della mia esistenza, creano frane, rotture, insicurezze, persone che restano all'angolo per sempre, persone che crescono con me. Confusione. Batticuore.
Cambiamenti. Dubbi. Insinuazioni. Amori, passioni. Amare e odiare.
Sogno e vivo. Vorrei cantare. Mi emoziono. Piango, urlo, blatero.
So ridere, far ridere. Pezzi di me stessa che cadono, si rompono e si ricompongono.
Persone che percorrono i corridoi della mia esistenza, creano frane, rotture, insicurezze, persone che restano all'angolo per sempre, persone che crescono con me. Confusione. Batticuore.
Cambiamenti. Dubbi. Insinuazioni. Amori, passioni. Amare e odiare.
venerdì 19 febbraio 2010
Disabili e normodotati al "Cinema senza barriere"
da Romasette.it
Al Cinema dei Piccoli l'iniziativa promossa da Raggio Verde Sottotitoli. In sala un sistema di cuffie e un videoproiettore con i sottotitoli consente a non udenti e non vedenti di fruire del film di Giorgia Gazzetti
«Le diversità esistono ma la volontà pareggia i conti». E Gerry Longo, 32 anni, originario di Locri ma residente a Roma, cieco sin dalla nascita a causa di un glaucoma congenito, lo dimostra ogni giorno facendo diventare la sua disabilità un punto di forza. Sin da piccolo, ha coltivato numerosi hobbies come le arti marziali, lo sci e la vela. Da alcuni anni gestisce un laboratorio teatrale, adora il mondo del cinema ed è stato anche speaker radiofonico. Ex concorrente del Grande Fratello 9, Gerry attualmente organizza “cene al buio” in cui i vedenti sono serviti da camerieri non vedenti. Un curriculum vincente che gli ha permesso di diventare il testimonial della rassegna “Cinema senza barriere”. Patrocinata dal Comune di Roma e realizzata con il contributo della Regione Lazio, sarà inaugurata domenica 21 febbraio, alle 11, al Cinema dei Piccoli a Villa Borghese (viale della Pineta, 15) con la proiezione del film “Gli abbracci spezzati” di Pedro Almodovar.
In sala, grazie ad accorgimenti tecnici, siederanno insieme non vedenti, non udenti e persone normodotate. «Il progetto, che rientra nelle attività dell’Aiace di Milano – spiega Piero Clemente, direttore tecnico della rassegna e promotore attraverso Raggio Verde Sottotitoli (società che si occupa di sottotitoli per il cinema, per il teatro, per la lirica) – mira all’abbattimento delle barriere che impediscono alle persone con disabilità della vista e dell’udito di fruire degli spettacoli cinematografici negli stessi modi e negli stessi spazi delle persone normodotate. Non a caso il sottotitolo del progetto è “tutti insieme, stessa sala, stesso film”».
L’iniziativa, giunta ormai alla sua terza edizione, è presente in sole tre città: Milano, Roma e Bari. In pratica, un videoproiettore per la proiezione dei sottotitoli, un sistema di cuffie ad onde radio o infrarossi, un sistema di collegamento tra il proiettore e il sistema, un computer che gestisce tutte queste attività e tanta buona volontà basterebbero a rendere accessibili tutti i cinema italiani a chi privo della vista o dell’udito, vede o sente attraverso i suoni e le immagini. «Stiamo cercando di estendere il progetto ad altre città – aggiunge Clemente – siamo in contatto con alcune amministrazioni pubbliche ma sono arrivate diverse risposte negative. Comunque, siamo certi che il tempo offrirà a tutti la sensibilità necessaria per accettare il progetto non come un evento “speciale” ma come una normale prassi per la programmazione cinematografica e teatrale».
Cinema Senza Barriere, nato nel 2005 da un progetto pilota curato da Raggio Verde Sottotitoli il cui obiettivo era favorire l’abbattimento delle barriere generate dalle disabilità sensoriali, oggi rappresenta, in Italia, un’esperienza unica che mette in comunicazione tra loro mondi diversi. «Grazie a questa rassegna – sottolinea ancora Gerry Longo – ognuno di noi può andare al cinema con la propria individualità e disabilità. Il disabile esce dall’isolamento in cui spesso è condannato, la conoscenza del diverso e l’integrazione tra normodotati e disabili è facilitata. Amo ripetere sempre – conclude il testimonial – che certe cose si apprezzano meglio ad occhi chiusi. Anche “ascoltare” un film ha i suoi vantaggi. Come nella vita, si colgono musiche, dialoghi, silenzi in modo diverso e più interiore».
La programmazione della prima metà del 2010 al Cinema dei Piccoli prevede, dopo “Gli abbracci spezzati” di Pedro Almodovare, martedì 23 marzo, alle ore 17.30, “The informant” di Steven Soderbergh; giovedì 22 aprile, ore 17.30, “Flash of genius” di Marc Abraham; lunedì 17 maggio, ore 17.30, “Io, loro e Lara” di Carlo Verdone; martedì 15 giugno, ore 17.30, “Il concerto” di Radu Mihaileanu. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti.
Per maggiori informazioni sulla rassegna o per prenotare le cuffie: 06.8553485; info@cinemadeipiccoli.it
Al Cinema dei Piccoli l'iniziativa promossa da Raggio Verde Sottotitoli. In sala un sistema di cuffie e un videoproiettore con i sottotitoli consente a non udenti e non vedenti di fruire del film di Giorgia Gazzetti
«Le diversità esistono ma la volontà pareggia i conti». E Gerry Longo, 32 anni, originario di Locri ma residente a Roma, cieco sin dalla nascita a causa di un glaucoma congenito, lo dimostra ogni giorno facendo diventare la sua disabilità un punto di forza. Sin da piccolo, ha coltivato numerosi hobbies come le arti marziali, lo sci e la vela. Da alcuni anni gestisce un laboratorio teatrale, adora il mondo del cinema ed è stato anche speaker radiofonico. Ex concorrente del Grande Fratello 9, Gerry attualmente organizza “cene al buio” in cui i vedenti sono serviti da camerieri non vedenti. Un curriculum vincente che gli ha permesso di diventare il testimonial della rassegna “Cinema senza barriere”. Patrocinata dal Comune di Roma e realizzata con il contributo della Regione Lazio, sarà inaugurata domenica 21 febbraio, alle 11, al Cinema dei Piccoli a Villa Borghese (viale della Pineta, 15) con la proiezione del film “Gli abbracci spezzati” di Pedro Almodovar.
In sala, grazie ad accorgimenti tecnici, siederanno insieme non vedenti, non udenti e persone normodotate. «Il progetto, che rientra nelle attività dell’Aiace di Milano – spiega Piero Clemente, direttore tecnico della rassegna e promotore attraverso Raggio Verde Sottotitoli (società che si occupa di sottotitoli per il cinema, per il teatro, per la lirica) – mira all’abbattimento delle barriere che impediscono alle persone con disabilità della vista e dell’udito di fruire degli spettacoli cinematografici negli stessi modi e negli stessi spazi delle persone normodotate. Non a caso il sottotitolo del progetto è “tutti insieme, stessa sala, stesso film”».
L’iniziativa, giunta ormai alla sua terza edizione, è presente in sole tre città: Milano, Roma e Bari. In pratica, un videoproiettore per la proiezione dei sottotitoli, un sistema di cuffie ad onde radio o infrarossi, un sistema di collegamento tra il proiettore e il sistema, un computer che gestisce tutte queste attività e tanta buona volontà basterebbero a rendere accessibili tutti i cinema italiani a chi privo della vista o dell’udito, vede o sente attraverso i suoni e le immagini. «Stiamo cercando di estendere il progetto ad altre città – aggiunge Clemente – siamo in contatto con alcune amministrazioni pubbliche ma sono arrivate diverse risposte negative. Comunque, siamo certi che il tempo offrirà a tutti la sensibilità necessaria per accettare il progetto non come un evento “speciale” ma come una normale prassi per la programmazione cinematografica e teatrale».
Cinema Senza Barriere, nato nel 2005 da un progetto pilota curato da Raggio Verde Sottotitoli il cui obiettivo era favorire l’abbattimento delle barriere generate dalle disabilità sensoriali, oggi rappresenta, in Italia, un’esperienza unica che mette in comunicazione tra loro mondi diversi. «Grazie a questa rassegna – sottolinea ancora Gerry Longo – ognuno di noi può andare al cinema con la propria individualità e disabilità. Il disabile esce dall’isolamento in cui spesso è condannato, la conoscenza del diverso e l’integrazione tra normodotati e disabili è facilitata. Amo ripetere sempre – conclude il testimonial – che certe cose si apprezzano meglio ad occhi chiusi. Anche “ascoltare” un film ha i suoi vantaggi. Come nella vita, si colgono musiche, dialoghi, silenzi in modo diverso e più interiore».
La programmazione della prima metà del 2010 al Cinema dei Piccoli prevede, dopo “Gli abbracci spezzati” di Pedro Almodovare, martedì 23 marzo, alle ore 17.30, “The informant” di Steven Soderbergh; giovedì 22 aprile, ore 17.30, “Flash of genius” di Marc Abraham; lunedì 17 maggio, ore 17.30, “Io, loro e Lara” di Carlo Verdone; martedì 15 giugno, ore 17.30, “Il concerto” di Radu Mihaileanu. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti.
Per maggiori informazioni sulla rassegna o per prenotare le cuffie: 06.8553485; info@cinemadeipiccoli.it
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martedì 9 febbraio 2010
E' on line il numero di febbraio 2010 di Flash Magazine
I miei articoli pubblicati sul numero di febbraio 2010 di Flash Magazine:
- Bonino e Polverini, chi occuperà la "chiacchierata" poltrona della Regione Lazio p.16
- Polemico, determinato, pacato. Iannarilli a sei mesi dalle elezioni politiche p. 19
Buona lettura,
Giorgia
- Bonino e Polverini, chi occuperà la "chiacchierata" poltrona della Regione Lazio p.16
- Polemico, determinato, pacato. Iannarilli a sei mesi dalle elezioni politiche p. 19
Buona lettura,
Giorgia
lunedì 1 febbraio 2010
Riflessioni strampalate in un pomeriggio invernale tra sole e freddo. A Roma
Crescere. E avere paura di diventare grandi. Per paura di fare le scelte sbagliate o di vivere senza nemmeno il tempo di rendersene conto. Saltare nel vuoto e sbattere la testa. Male di vivere. Sensazioni, emozioni inspiegabili. Disagio, tristezza, inadeguatezza, insicurezza.
Lavorare. Faticare. Arrancare. Amare. Dubbi e desideri. Lacrime, gioie, dolori. Eventi, coincidenze, conoscenze.
Stare nel posto sbagliato al momento sbagliato e non riuscire a fare niente per evitarlo o per cambiare. Destino, fatalità. Coraggio, sogni, convinzioni.
Mete, luoghi, oasi di pace. Silenzio. Ascolto. Parole.
Scrivere, inventarsi, tutelarsi.
mercoledì 27 gennaio 2010
Apre la mensa per i poveri a San Giuseppe Cottolengo
dal settimanale Roma Sette del 20 dicembre 2009
Apre la mensa per i poveri a San Giuseppe Cottolengo di Giorgia Gazzetti
(http://www.romasette.it/uploads/PDdownloads/n._45_del_20_dicembre_2009.pdf)
Apre la mensa per i poveri a San Giuseppe Cottolengo di Giorgia Gazzetti
(http://www.romasette.it/uploads/PDdownloads/n._45_del_20_dicembre_2009.pdf)
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