Clicca sul titolo e leggi il mio articolo pubblicato su Roma Sette del 28 marzo 2010 a p. 3!
Giorgia
Visualizzazione post con etichetta Terremoto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Terremoto. Mostra tutti i post
sabato 8 maggio 2010
E' on line il numero di maggio 2010 di Flash Magazine
Leggete il numero di maggio 2010 di Flash Magazine!
I miei articoli del mese sono:
- L'Aquila un anno dopo: la voce di una terremotata. Intervista a Valentina Nanni;
- Paralimpiadi, un ciociaro alla 10 Edizione.
http://www.flashmagazineonline.it/maggio2010.pdf
Buona lettura!
Giorgia
I miei articoli del mese sono:
- L'Aquila un anno dopo: la voce di una terremotata. Intervista a Valentina Nanni;
- Paralimpiadi, un ciociaro alla 10 Edizione.
http://www.flashmagazineonline.it/maggio2010.pdf
Buona lettura!
Giorgia
martedì 6 aprile 2010
"Terremoto zeronove", gli aquilani si raccontano
da Roma Sette.it
Il libro-diario di tre giovani del capoluogo abruzzese: come sono cambiate le loro vite dopo la scossa che ha devastato la città e causato 308 vittime di Giorgia Gazzetti
Le manifestazioni del ricordo. Sono partite ufficialmente nel tardo pomeriggio di ieri (5 aprile) per commemorare, attraverso canti, musica, immagini e spettacoli, le 308 vittime del terremoto che, un anno fa, ha devastato una città, L’Aquila, e spezzato la vita di un intero popolo. «Alle ore 22 la città si è illuminata - racconta, commosso, l’aquilano Emiliano Dante, “ex” docente di Cinema, fotografia e televisione presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila - grazie alle quattro fiaccolate che partite da quattro punti nevralgici della periferia si sono riunite a Fontana Luminosa per raggiungere uno dei luoghi simbolo della tragedia, Piazza Duomo, dove alle 3.32 sono stati letti i nomi delle vittime, ricordate anche con i rintocchi delle campane».
Una folla umana che si è riversata nelle piazze, nei vicoli, nelle strade proprio come un anno fa quando la città era ridotta a fumo e macerie. «A piazza Palazzo ci sono già molte persone, più della metà in pigiama, molti a piedi nudi, tutti con i capelli bianchi di calcinacci. Tremano di freddo e di paura. Con papà iniziamo a fare battute - siamo malati di ironia. Stridiamo con la tensione generale […] Arrivo a Piazza Duomo con l’idea di attendere l’alba per iniziare a scattare le prime foto. Nel frattempo vedo gente che conosco. Ci si chiede tutti come sta casa, ossessivamente». Emiliano racconta così il “suo” terremoto, in un libro-diario intitolato “Terremoto zeronove. Diari da un sisma”, scritto subito dopo il 6 aprile insieme a Massimiliano Laurenzi, già autore di “Paradiso dei Polli” e di diverse pièce teatrali, e Valentina Nanni, specializzanda in neuropsichiatria infantile.
L’obiettivo è «documentare quello che è successo - spiega Emiliano -. Ho immortalato con la mia macchina fotografica pezzi di vita e di luoghi del post terremoto non solo attraverso le parole ma anche con le oltre 50 immagini pubblicate nel libro». Dedicato a Lucilla Muzi, braccio destro dell’editore Edoardo Caroccia, e a tutte le vittime del sisma, il libro racconta, attraverso gli occhi dei tre protagonisti fatti, emozioni, silenzi, indignazione, paure ed ansie vissute prima, durante e dopo le 3.32 di dodici mesi fa.
«Rispetto ad un anno fa, quando mi sembrava di vivere in una barricata - prosegue Emiliano - sono cambiate molte cose, le condizioni di vita sono diverse. E in primis sono cambiato io. Prima ero una persona molto stanziale, come la maggior parte degli aquilani, ora sono un nomade: vivo tra L’Aquila e Perugia e nel giro di pochi mesi ho percorso ben 25.000 km con la macchina, in giro per l’Italia. L’Aquila, purtroppo, appare ancora come una città bombardata: migliaia di persone vivono sulle coste; passeggiando per la città ci sono ancora le macerie; quasi niente è tornato alla normalità. Io sono tornato a L’Aquila da un mese, vivo nella casetta di legno dopo aver vissuto 6 mesi nelle tendopoli e 4 sulla costa. Sono consapevole che la mia terra non tornerà più come prima. Ma bisogna accettarlo e ripartire da questo tragico episodio, che non si può cancellare, per far maturare la città, che ha problemi di identità e fatica a rivitalizzare l’economia e il tessuto sociale».
Come spiega Massimiliano:«L’Aquila è diventata una città di non luoghi. Abbiamo bisogno che ci vengano restituiti quei luoghi come le piazze, i vicoli, le fontane, in cui ci riconosciamo e amiamo incontrarci. Prima del terremoto, la città ruotava intorno al centro storico, dove si svolgevano le attività, le questioni burocratiche. Ora la città è dislocata lungo tutta la periferia. Sembra un arcipelago di cose forzatamente disorganizzate. Ma la periferia non era attrezzata prima del 6 aprile e non lo è adesso a maggior ragione. È come se un giocatore di serie D dovesse all’improvviso sostituirne uno di serie A. Purtroppo la ricostruzione deve ancora iniziare, non è finita quando sono state consegnate le casette servite, esclusivamente, per fronteggiare l’emergenza».
«Sono cambiata in tanti aspetti e tante di quelle volte dal 6 aprile scorso - racconta Valentina, che oggi vive a Londra, dove sta facendo ricerca in ambito psichiatrico - che descrivere il mio percorso richiederebbe un altro diario. Quello che di certo posso affermare è che oggi la mia capacità di portare avanti le cose in cui credo è più spiccata e la mia tristezza e malinconia sono più profonde, come se avessero messo le radici di un albero secolare».
6 aprile 2010
Il libro-diario di tre giovani del capoluogo abruzzese: come sono cambiate le loro vite dopo la scossa che ha devastato la città e causato 308 vittime di Giorgia Gazzetti
Le manifestazioni del ricordo. Sono partite ufficialmente nel tardo pomeriggio di ieri (5 aprile) per commemorare, attraverso canti, musica, immagini e spettacoli, le 308 vittime del terremoto che, un anno fa, ha devastato una città, L’Aquila, e spezzato la vita di un intero popolo. «Alle ore 22 la città si è illuminata - racconta, commosso, l’aquilano Emiliano Dante, “ex” docente di Cinema, fotografia e televisione presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila - grazie alle quattro fiaccolate che partite da quattro punti nevralgici della periferia si sono riunite a Fontana Luminosa per raggiungere uno dei luoghi simbolo della tragedia, Piazza Duomo, dove alle 3.32 sono stati letti i nomi delle vittime, ricordate anche con i rintocchi delle campane».
Una folla umana che si è riversata nelle piazze, nei vicoli, nelle strade proprio come un anno fa quando la città era ridotta a fumo e macerie. «A piazza Palazzo ci sono già molte persone, più della metà in pigiama, molti a piedi nudi, tutti con i capelli bianchi di calcinacci. Tremano di freddo e di paura. Con papà iniziamo a fare battute - siamo malati di ironia. Stridiamo con la tensione generale […] Arrivo a Piazza Duomo con l’idea di attendere l’alba per iniziare a scattare le prime foto. Nel frattempo vedo gente che conosco. Ci si chiede tutti come sta casa, ossessivamente». Emiliano racconta così il “suo” terremoto, in un libro-diario intitolato “Terremoto zeronove. Diari da un sisma”, scritto subito dopo il 6 aprile insieme a Massimiliano Laurenzi, già autore di “Paradiso dei Polli” e di diverse pièce teatrali, e Valentina Nanni, specializzanda in neuropsichiatria infantile.
L’obiettivo è «documentare quello che è successo - spiega Emiliano -. Ho immortalato con la mia macchina fotografica pezzi di vita e di luoghi del post terremoto non solo attraverso le parole ma anche con le oltre 50 immagini pubblicate nel libro». Dedicato a Lucilla Muzi, braccio destro dell’editore Edoardo Caroccia, e a tutte le vittime del sisma, il libro racconta, attraverso gli occhi dei tre protagonisti fatti, emozioni, silenzi, indignazione, paure ed ansie vissute prima, durante e dopo le 3.32 di dodici mesi fa.
«Rispetto ad un anno fa, quando mi sembrava di vivere in una barricata - prosegue Emiliano - sono cambiate molte cose, le condizioni di vita sono diverse. E in primis sono cambiato io. Prima ero una persona molto stanziale, come la maggior parte degli aquilani, ora sono un nomade: vivo tra L’Aquila e Perugia e nel giro di pochi mesi ho percorso ben 25.000 km con la macchina, in giro per l’Italia. L’Aquila, purtroppo, appare ancora come una città bombardata: migliaia di persone vivono sulle coste; passeggiando per la città ci sono ancora le macerie; quasi niente è tornato alla normalità. Io sono tornato a L’Aquila da un mese, vivo nella casetta di legno dopo aver vissuto 6 mesi nelle tendopoli e 4 sulla costa. Sono consapevole che la mia terra non tornerà più come prima. Ma bisogna accettarlo e ripartire da questo tragico episodio, che non si può cancellare, per far maturare la città, che ha problemi di identità e fatica a rivitalizzare l’economia e il tessuto sociale».
Come spiega Massimiliano:«L’Aquila è diventata una città di non luoghi. Abbiamo bisogno che ci vengano restituiti quei luoghi come le piazze, i vicoli, le fontane, in cui ci riconosciamo e amiamo incontrarci. Prima del terremoto, la città ruotava intorno al centro storico, dove si svolgevano le attività, le questioni burocratiche. Ora la città è dislocata lungo tutta la periferia. Sembra un arcipelago di cose forzatamente disorganizzate. Ma la periferia non era attrezzata prima del 6 aprile e non lo è adesso a maggior ragione. È come se un giocatore di serie D dovesse all’improvviso sostituirne uno di serie A. Purtroppo la ricostruzione deve ancora iniziare, non è finita quando sono state consegnate le casette servite, esclusivamente, per fronteggiare l’emergenza».
«Sono cambiata in tanti aspetti e tante di quelle volte dal 6 aprile scorso - racconta Valentina, che oggi vive a Londra, dove sta facendo ricerca in ambito psichiatrico - che descrivere il mio percorso richiederebbe un altro diario. Quello che di certo posso affermare è che oggi la mia capacità di portare avanti le cose in cui credo è più spiccata e la mia tristezza e malinconia sono più profonde, come se avessero messo le radici di un albero secolare».
6 aprile 2010
sabato 30 maggio 2009
L'arte Aiuta- Onlus
Il progetto ART AID AQ è un evento artistico di beneficenza per le popolazioni colpite dal terremoto del 06/04/2009.
Sostenetelo e consultate il sito www.artaidaq.org in continua evoluzione.
Per informazioni:
info@artaidaq.org
ufficiostampa@artaidaq.org
Giorgia
Sostenetelo e consultate il sito www.artaidaq.org in continua evoluzione.
Per informazioni:
info@artaidaq.org
ufficiostampa@artaidaq.org
Giorgia
Etichette:
Arte,
beneficenza,
big,
concorso letterario,
contest,
fondi,
Frosinone,
gruppi emergenti,
L'Aquila,
musica,
popolazioni aquilane,
sostegno,
Terremoto,
ufficio stampa,
volontariato
mercoledì 8 aprile 2009
In centro solo case sventrate o lesionate. Il silenzio dell'Aquila, città fantasma
In giro con i tecnici e i vigili del fuoco per le strade martoriate dal terremoto. Non c'è nessuno, ma si scaverà ancora 48 ore alla ricerca di superstiti
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Le rovine della Chiesa del Suffragio
L'AQUILA - Adesso sono andati tutti via. E' impossibile riprendere a vivere. Fare qualunque cosa, anche la più banale. Anche solo passeggiare, smaltire la tensione di questi due giorni, incontrare facce note, scambiare due chiacchiere, ricordare insieme gli amici e i conoscenti che non ci sono più. Toccarsi e almeno sorridere per dimostrare a noi stessi che siamo vivi. Che possiamo ricominciare. Un giorno. Ma ricominciare. Le scosse non danno tregua. Il ventre della terra si lamenta, sbuffa, vibra. Scosse continue, alcune davvero violente, che fanno tremare i palazzi sbrecciati, bucati come fossero formaggi, piegati su se stessi, le grondaie penzolanti in balia del vento caldo. IL VIDEO SUL CENTRO DELL'AQUILA Il centro storico, il cuore de L'Aquila, è isolato. Polizia e carabinieri formano cordoni ai principali punti di accesso. Si rischia grosso ad entrare, cadono ancora pietre e pezzi di cemento dai tetti dei palazzi di quattro, cinque piani. Palazzi imponenti, che vedi robusti, che credi impossibili solo a scafire. Invece ti accorgi che sono tutti lesionati, con squarci che si aprono sui tetti, sulle pareti, dalle finestre sventrate, le imposte in bilico che cigolano sui cardini piegati dai colpi. "Qui", ci racconta un maresciallo della Guardia forestale, Antonio Russo, "a quest'ora c'era un gran movimento. L'Aquila era un città viva, piena di gente per le strade, rumorosa, allegra". Si guarda intorno, allarga le braccia, fa un giro di 360 gradi. "Guardi lei: non c'è nessuno. E' una città-fantasma. Non so quando, come, in che modo riuscirà a rinascere. Ogni casa, palazzo, bottega, appartamento ha i suoi acciacchi. Alcuni dovranno essere abbattuti per forza. Io non sono un tecnico: ma mi sembra impossibile poter restaurare strutture così imponenti e così lesionate in profondità".
Le case e i palazzi sono legate le une agli altri. Come in tutti i centri storici della città italiane. Un immenso mosaico creato negli anni, con stili e materiali diversi. Le squadre dei tenici, le uniche anime vive che incontriamo in quest'aerea devastata dal terremoto di domenica scorsa, non sono impegnate nei rilievi statici. Stanno ancora cercando i sopravissuti. Se esitono e se sono in vita, dopo 56 ore. Il governo ha dato altre 48 ore di tempo. Le voci si rincorrono: c'è chi dice che ci potrebbe essere ancora gente in vita. Leggende, legate a speranze. C'è un dato che i vigili del fuoco e della protezione civile danno con certezza. All'appello mancano ancora dieci o forse venti abitanti. Prima di mettere in moto questo enorme cantiere e azionare le ruspe bisogna tornare ad ispezionare le case. Tra le migliaia di vigili del fuoco ci sono squadre che sono venute dalla Sicilia fino al Piemonte. Incontriamo sei pompieri di Torino. Li seguiamo. Insieme giriamo tra i vicoli e le strade di un quartiere senza più vita, avvolto da un silenzio che pesa e esprime il senso della grande fuga avvenuta nelle ultime ore. Dopo la scossa di ieri pomeriggio e quella di stamani poco dopo l'alba, moltissimi hanno deciso di lasciare la città. Solo nei momenti di tregua, tregua che nessuno può sapere quanto duri, quacluno si azzarda ad entrare nei vicoli e quasi correndo si infila dentro il portone sventrato della propria abitazione. Tra le lactime, lacrime di paura, di rabbia, di angoscia raccatta quello che può. Ma la nuova scossa, infida e rabbiosa, arriva e scuote il terreno, le pareti delle case, scaglia dall'alto ancora pezzi di intonaco, assieme a tegole e pietre. Bisogna camminare al centro delle strade principali, gli occhi ben puntati verso il cielo, pronti a scattare al minimo sobbalzo. Il palazzo della provincia, che ospita al secondo e terzo piano un convento di suore, ha perduto una delle vecchie colonne portanti. E' una struttura solida, imponente, piazzata all'angolo della strada principale del centro. E' stato evacuato e rimetterlo in sesto non sarà facile. Eppure, questo è il cuore commerciale, amminstrativo della città. E' un'area piena di negozi, di caffè, ristoranti. E' la zona dello struscio dove ogni pomeriggio si rovesciavano centinaia di persone, giovani, coppie e famiglie. Il cuore si è fermato. Non si sa quando e come potrà riprendere a pulsare. Tutto è rimasto come la notte di domenica scorsa. Le vetrine piene di vestiti, i bar con i suoi tavolini e le sue tovaglie, le botteghe con i loro oggetti pregiati esposti. Ci dicono che bande di sciacalli vagano nei vicoli deserti. Qualcuno denuncia subito che sono stranieri. Ma anche queste sono solo supposizioni. Sappiamo con certezza che sono stati bloccati più volte in tempo mentre varcavano i portoni invasi di calcinacci. Molta gente ha ceduto. Alle scosse, alla stanchezza, allo sconforto. Ieri mattina, mentre lasciavamo il centro e ci dirigevamo nei paesi vicini, abbiamo visto una lunga fila di auto che procedeva verso la costa adriatica. Non sappiamo se hanno accettato l'invito del governo ad una pausa, rigenerante, al mare. In vista del wekend di Pasqua. Se si rifugiano nelle tendepoli che prendono faticosamente forma. Se hanno semplicemente gettato la spugna. Se si sono rassegnati ad una realtà crudele e spietata: l'Aquila è morta. Solo il tempo, l'ostinazione, l'orgoglio di un popolo ferito potrà farla rinascere.
(8 aprile 2009)
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Le rovine della Chiesa del Suffragio
L'AQUILA - Adesso sono andati tutti via. E' impossibile riprendere a vivere. Fare qualunque cosa, anche la più banale. Anche solo passeggiare, smaltire la tensione di questi due giorni, incontrare facce note, scambiare due chiacchiere, ricordare insieme gli amici e i conoscenti che non ci sono più. Toccarsi e almeno sorridere per dimostrare a noi stessi che siamo vivi. Che possiamo ricominciare. Un giorno. Ma ricominciare. Le scosse non danno tregua. Il ventre della terra si lamenta, sbuffa, vibra. Scosse continue, alcune davvero violente, che fanno tremare i palazzi sbrecciati, bucati come fossero formaggi, piegati su se stessi, le grondaie penzolanti in balia del vento caldo. IL VIDEO SUL CENTRO DELL'AQUILA Il centro storico, il cuore de L'Aquila, è isolato. Polizia e carabinieri formano cordoni ai principali punti di accesso. Si rischia grosso ad entrare, cadono ancora pietre e pezzi di cemento dai tetti dei palazzi di quattro, cinque piani. Palazzi imponenti, che vedi robusti, che credi impossibili solo a scafire. Invece ti accorgi che sono tutti lesionati, con squarci che si aprono sui tetti, sulle pareti, dalle finestre sventrate, le imposte in bilico che cigolano sui cardini piegati dai colpi. "Qui", ci racconta un maresciallo della Guardia forestale, Antonio Russo, "a quest'ora c'era un gran movimento. L'Aquila era un città viva, piena di gente per le strade, rumorosa, allegra". Si guarda intorno, allarga le braccia, fa un giro di 360 gradi. "Guardi lei: non c'è nessuno. E' una città-fantasma. Non so quando, come, in che modo riuscirà a rinascere. Ogni casa, palazzo, bottega, appartamento ha i suoi acciacchi. Alcuni dovranno essere abbattuti per forza. Io non sono un tecnico: ma mi sembra impossibile poter restaurare strutture così imponenti e così lesionate in profondità".
Le case e i palazzi sono legate le une agli altri. Come in tutti i centri storici della città italiane. Un immenso mosaico creato negli anni, con stili e materiali diversi. Le squadre dei tenici, le uniche anime vive che incontriamo in quest'aerea devastata dal terremoto di domenica scorsa, non sono impegnate nei rilievi statici. Stanno ancora cercando i sopravissuti. Se esitono e se sono in vita, dopo 56 ore. Il governo ha dato altre 48 ore di tempo. Le voci si rincorrono: c'è chi dice che ci potrebbe essere ancora gente in vita. Leggende, legate a speranze. C'è un dato che i vigili del fuoco e della protezione civile danno con certezza. All'appello mancano ancora dieci o forse venti abitanti. Prima di mettere in moto questo enorme cantiere e azionare le ruspe bisogna tornare ad ispezionare le case. Tra le migliaia di vigili del fuoco ci sono squadre che sono venute dalla Sicilia fino al Piemonte. Incontriamo sei pompieri di Torino. Li seguiamo. Insieme giriamo tra i vicoli e le strade di un quartiere senza più vita, avvolto da un silenzio che pesa e esprime il senso della grande fuga avvenuta nelle ultime ore. Dopo la scossa di ieri pomeriggio e quella di stamani poco dopo l'alba, moltissimi hanno deciso di lasciare la città. Solo nei momenti di tregua, tregua che nessuno può sapere quanto duri, quacluno si azzarda ad entrare nei vicoli e quasi correndo si infila dentro il portone sventrato della propria abitazione. Tra le lactime, lacrime di paura, di rabbia, di angoscia raccatta quello che può. Ma la nuova scossa, infida e rabbiosa, arriva e scuote il terreno, le pareti delle case, scaglia dall'alto ancora pezzi di intonaco, assieme a tegole e pietre. Bisogna camminare al centro delle strade principali, gli occhi ben puntati verso il cielo, pronti a scattare al minimo sobbalzo. Il palazzo della provincia, che ospita al secondo e terzo piano un convento di suore, ha perduto una delle vecchie colonne portanti. E' una struttura solida, imponente, piazzata all'angolo della strada principale del centro. E' stato evacuato e rimetterlo in sesto non sarà facile. Eppure, questo è il cuore commerciale, amminstrativo della città. E' un'area piena di negozi, di caffè, ristoranti. E' la zona dello struscio dove ogni pomeriggio si rovesciavano centinaia di persone, giovani, coppie e famiglie. Il cuore si è fermato. Non si sa quando e come potrà riprendere a pulsare. Tutto è rimasto come la notte di domenica scorsa. Le vetrine piene di vestiti, i bar con i suoi tavolini e le sue tovaglie, le botteghe con i loro oggetti pregiati esposti. Ci dicono che bande di sciacalli vagano nei vicoli deserti. Qualcuno denuncia subito che sono stranieri. Ma anche queste sono solo supposizioni. Sappiamo con certezza che sono stati bloccati più volte in tempo mentre varcavano i portoni invasi di calcinacci. Molta gente ha ceduto. Alle scosse, alla stanchezza, allo sconforto. Ieri mattina, mentre lasciavamo il centro e ci dirigevamo nei paesi vicini, abbiamo visto una lunga fila di auto che procedeva verso la costa adriatica. Non sappiamo se hanno accettato l'invito del governo ad una pausa, rigenerante, al mare. In vista del wekend di Pasqua. Se si rifugiano nelle tendepoli che prendono faticosamente forma. Se hanno semplicemente gettato la spugna. Se si sono rassegnati ad una realtà crudele e spietata: l'Aquila è morta. Solo il tempo, l'ostinazione, l'orgoglio di un popolo ferito potrà farla rinascere.
(8 aprile 2009)
Iscriviti a:
Post (Atom)