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martedì 30 giugno 2009

L'infanzia spezzata dei bambini soldato

di Giorgia Gazzetti

Grace, dall'Uganda, e Kon, reclutato dai militari in Sudan, raccontano la propria terribile esperienza in un convegno in Campidoglio. Oltre 250mila minori coinvolti nei conflitti nel mondo

«La mia storia è soltanto una tra le migliaia di storie che ancora non avete mai sentito». Grace Akallo, ex bambina-soldato originaria dell’Uganda, è a Roma per il convegno internazionale “Bambini e giovani colpiti dai conflitti armati: ascoltare, capire, agire”, tenutosi ieri (23 giugno 2009) nella sala della Protomoteca del Campidoglio e promosso dal ministero degli Esteri e dal Comune in collaborazione con Onu, Unicef e Save the Children. Immagini di vite spezzate ma piene di speranza di tanti bambini-soldato sono state immortalate nella mostra fotografica “Bambini di guerra: infanzia spezzata”, inaugurata in piazza del Campidoglio prima dell’inizio del convegno ed aperta al pubblico fino al 29 giugno.

Secondo le stime fornite da Onu e Save the Children, sono 250mila i bambini coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Impiegati come combattenti, messaggeri, spie, facchini e cuochi vengono proiettati nel mondo adulto della violenza, delle armi, del sangue, delle minacce e della morte. Privati dell’amore e della protezione delle proprie famiglie combattono una guerra che non hanno mai voluto e che difficilmente comprendono. Le bambine e le ragazze, costrette a diventare “donne” troppo precocemente, sono le vittime preferite del branco per stupri e violenze. Oltre un miliardo di bambini, ovvero un sesto della popolazione mondiale, vive nei 42 paesi colpiti , dal 2002 ad oggi, da guerre e guerriglie. Sono 14,2 milioni i piccoli sfollati e rifugiati a causa dei conflitti su un totale di 24,5 milioni di sfollati nel mondo. Il 41% delle vittime, inoltre, ha meno di 18 anni. Almeno un dato positivo sembra esserci: sono oltre 100mila i bambini-soldato smobilitati dal 1998 e reintegrati nel tessuto sociale dei rispettivi Paesi.

Ma «ci sono decine e decine di gruppi armati - denuncia Grace - che continuano a distruggere la vita dei bambini in molte zone del mondo». Come è successo a lei, in prima persona. Il 9 ottobre 1996 Grace viene catturata dalla Lord’s Resistance Army e prelevata dal college nel nord dell’Uganda in cui i suoi genitori l’hanno mandata, dopo la scuola elementare, per garantirle un futuro migliore e proseguire gli studi. Delle 138 ragazzine rapite insieme a Grace, 109 si salvano quasi subito. Grace, invece, subisce stupri e violenze. «Prima d’allora - continua la ragazza - non avevo mai conosciuto un uomo». Ma poi riesce a salvarsi. Il dolore, una ferita troppo grande da rimarginare e il ricordo di quella orribile esperienza spingono Grace e Kon Kelei, ex bambino-soldato del Sudan, a fondare, lo scorso novembre, Nypaw - Network of Young people affected by war. Appoggiato dall’Italia e presentato all’Onu insieme all’Unicef e alle ong impegnate nel settore, il network di ex bimbi soldato nasce per aiutare chi cade nella trappola degli adulti senza pietà.

«Nypaw è qui oggi - spiega Grace - per testimoniare e raccontarvi la sofferenza di questi bambini. Nessun bambino merita questo strazio». Kon, al suo fianco, aggiunge: «Non abbiamo fondato questa rete per autocelebrarci ma per comunicare al mondo intero che c’è ancora speranza e che i bambini traumatizzati dalla guerra possono essere recuperati e diventare importanti cittadini del mondo».

Il sindaco Gianni Alemanno ha ricordato che «la definizione di bambino-soldato racchiude in sé un odioso paradosso, perché rinunciare al valore dell’infanzia è il simbolo ultimo della rinuncia al futuro. Affrontare il problema a livello mondiale ha dei riflessi anche sul nostro tessuto sociale». Ognuno di questi piccoli sfruttati dalla guerra merita di poter vivere una seconda vita. Ed è per questa ragione che «l’Italia - riferisce il ministro degli Esteri Franco Frattini - da anni persegue l’opera instancabile di protezione e di assistenza delle piccole vittime dei conflitti armati attraverso tre azioni mirate: la prevenzione, il recupero delle vittime e la reintegrazione nel tessuto sociale grazie ai finanziamenti della Cooperazione italiana». L’augurio è che il gioco di squadra delle forze in campo, istituzionali e non, possa concretamente aiutare le piccole vittime e proteggerle dalla spirale della sofferenza, della violenza e della guerra.

24 giugno 2009

mercoledì 17 giugno 2009

Camerieri e manovali i baby-lavoratori a Roma

da Roma Sette.it

Un'inchiesta di Ires e Save the Children fa luce sulla piaga del lavoro minorile nella Capitale, ancora troppo diffuso. Il 27% dei minori coinvolti è di nazionalità italiana di Giorgia Gazzetti

Senza tutele, senza diritti e spesso senza sosta. Sono chiamati baby-lavoratori i minori, italiani e stranieri, costretti a lavorare precocemente. I soggetti maggiormente a rischio sono i ragazzini dei quartieri periferici, quelli con una famiglia problematica alle spalle, i nomadi, i minori stranieri non accompagnati o i minori comunitari appartenenti a nuclei familiari in grave stato di esclusione sociale. Un fenomeno, quello del lavoro minorile, che ben si inserisce in contesti in cui a farla da padrone sono il degrado economico-sociale , culturale ed ambientale. È questa la fotografia scattata dalla terza inchiesta sul mercato del lavoro nella Capitale, dedicata quest’anno ai “Lavori minorili nell’area metropolitana di Roma”, realizzata dall’Ires (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) nei tre municipi romani - VIII, XII e IXX - con il più alto tasso di minori in età scolare costretti a lavorare, e da Save the Children Italia, che ha avvicinato e intervistato minori non inseriti nel contesto scolastico.

Dunque, i dati raccolti sono il frutto dell’analisi delle risposte fornite da circa 700 minori sotto i 15 anni di età. In quattro mesi, da marzo a luglio 2008, inoltre, sono state raccolte 62 storie lavorative, intervistando 42 ragazzi, di cui solo 10 femmine, tra gli 11 e i 21 anni di dieci diverse nazionalità (italiana, afgana, bengalese, cinese, egiziana, indiana, marocchina, rumena e rom). Il 41% dei ragazzi impiegati nel lavoro sommerso è di nazionalità straniera, il 27%, invece, è di nazionalità italiana. Il 28% degli intervistati lavora e frequenta contemporaneamente la scuola. Di questi, oltre il 26% ha tra i 12 e i 13 anni; il 41% fra i 13 e i 15. Ma sono pochi quelli che riescono ad assolvere l’obbligo scolastico.

Da non trascurare, pertanto, le percentuali di quanti hanno dichiarato di lavorare quasi tutti i giorni (29%) e di quelli impegnati qualche giorno alla settimana (34%), per almeno 6-9 ore al giorno. I più sfortunati, invece, lavorano anche 12 ore. Ma perché i ragazzini lavorano? Stando alle dichiarazioni, il 48% lo fa per avere più soldi in mano a causa del progressivo impoverimento della famiglia; il 43% per aiutare i genitori. Inoltre, rispettivamente nel 69% e nel 22% dei casi, i minorenni sono impiegati nelle attività dei genitori o di amici e conoscenti. Il restante, e questo è uno dei dati più preoccupanti, è coinvolto in attività illegali.

Ristorazione, edilizia, artigianato e manovalanza sono i settori in cui vengono sfruttati maggiormente i minori della Capitale. Ma spesso i ragazzi più deboli e idifesi cadono nella trappola della criminalità organizzata, della prostituzione, del combattimento clandestino, del borseggio, della mendicità, piaga, quest’ultima, che colpisce soprattutto i bambini dagli 8 ai 12 anni.

Ma lo studio, presentato ieri in Campidoglio dall’Osservatorio sull’occupazione e le condizioni del lavoro del Comune di Roma, «deve essere un valido strumento – auspica il sindaco Gianni Alemanno – per aiutare i giovani a contrastare le condizioni di degrado in cui vivono e per sfuggire alla spirale della povertà».

«L’intento dell’amministrazione – dice Davide Sbordoni, assessore comunale alla Attività produttive e al lavoro – è quello di adottare politiche che diano una via d’uscita ai minori sfruttati, ma senza criminalizzarli». D’accordo Alemanno, che spiega: «Tra le priorità c’è quella di intervenire nelle aree degradate come i campi nomadi tollerati e negli accampamenti abusivi situati nelle periferie», dove la tendenza al lavoro minorile è legata ad attività criminali. È altresì urgente «effettuare un monitoraggio di ogni situazione “irregolare” – conclude il sindaco –, potenziando le capacità di intervento affinché si possa contrastare ogni forma di abbandono scolastico, ogni forma di sfruttamento dei giovani». Per garantire ai bambini e agli adolescenti di vivere la propria età, quella dei giochi e della spensieratezza.

16 giugno 2009